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Il ruolo dell’agro-ecologia nella sopravvivenza del socialismo cubano

rivoluzione cubana

di Aidan Ratchford

Nel momento in cui la Rivoluzione cubana si appresta a entrare nel suo sessantatreesimo anno, l’isola si trova di fronte a diversi importanti crocevia. La costituzione del 2019 ha ristrutturato le strategie politiche, economiche e ambientali del paese, riaffermando energicamente l’obiettivo del progresso verso una società comunista [1]. La tutela ambientale e l’impegno ad affrontare il cambiamento climatico sono stati aggiunti per la prima volta, inoltre una decentralizzazione del governo mira a incrementare la partecipazione popolare e l’efficienza [2]. Al contempo, con la guida di Raul Castro ormai giunta alla sua conclusione, una nuova generazione di cubani raccoglie il testimone della preservazione dei principi rivoluzionari nazionali.

I social media hanno aperto nuove e molteplici possibilità per l’incessante aggressione da parte della comunità di esiliati in Florida, mentre l’internazionalismo cubano in campo medico si è guadagnato un riconoscimento a livello mondiale per la sua solidarietà nell’aiutare numerosi paesi a fronteggiare la pandemia da Covid-19. Secondo una delle principali studiose della storia economica cubana, Helen yaffe, l’introduzione di novanta nuove sanzioni – per volere dell’ex presidente Donald Trump verso la fine del suo mandato – ha causato una perdita di cinque miliardi di dollari, una delle più alte a livello annuale dall’inizio dell’embargo contro Cuba nel 1962.

La situazione attuale è dunque costituita da un insieme di annose contraddizioni e pressioni, nonché tentativi di risolverle in una direzione socialista. E proprio nel contesto di tali contraddizioni, Cuba ha intrapreso una rivoluzione agricola – un movimento ecologico presentato quale potenziale modello per il futuro che tutti noi ci troviamo di fronte nell’incombente minaccia della crisi climatica. Quali sono i fattori storici dietro questo movimento? Quali le implicazioni per un’autentica sovranità cubana? E ancora, come spiegare il suo rapporto con il socialismo cubano? Al fine di comprendere la trasformazione agricola a Cuba, è fondamentale volgere lo sguardo al contesto storico dell’isola, partendo da un tema integrante della sua storia.

Cuba è lo zucchero

Si no hai azúcar, no hai país” (“Senza zucchero il paese non esiste”)

La storia di Cuba è inseparabile dalla produzione ed esportazione di zucchero, tanto durante i quattrocento anni di dominazione spagnola, quanto nel corso degli oltre sessant’anni di quella semi-coloniale degli Stati Uniti. Tuttavia, la storia dello zucchero a Cuba, in effetti dell’isola stessa, è stata una storia di sfruttamento imperialista, così come di sottosviluppo. Prima della rivoluzione del 1959, l’economia cubana era caratterizzata da dipendenza monocolturale dallo zucchero, mancanza di conoscenza tecnica, terra sottoutilizzata e manodopera sottoccupata. L’isola dipendeva completamente da un unico partner commerciale, il quale dettava i termini di commercio, ed era vulnerabile alla volatilità dei prezzi internazionali dello zucchero. Il monopolio USA sul commercio cubano si accompagnava a una proprietà terriera estremamente ineguale, al controllo straniero su servizi e industrie, alla cronica stagnazione economica, nonché a un tenore di vita rovinosamente basso.

Per decenni il capitale statunitense era fluito a Cuba e, a partire dagli anni Venti, quest’ultima produceva un quinto di tutto lo zucchero consumato al mondo [3]. Nel 1927 le compagnie USA controllavano oltre il 70 per cento della produzione di zucchero dell’isola [4]. Il boom di questo bene nei primi due decenni del XX secolo era stato causato dall’aumento dei livelli di consumo negli Stati Uniti, dal crollo postbellico nella coltivazione europea di barbabietola e dall’iniezione di capitale e lavoro nella produzione zuccheriera cubana, portatrice a sua volta di un’esplosione nella costruzione di zuccherifici e delle ferrovie per collegarli [5]. Ciononostante, dal 1920 e, culminando con la Grande depressione alla fine del decennio, i prezzi dello zucchero collassavano così come la produzione e, a partire dal 1931, il valore di quello prodotto a Cuba era solo un decimo rispetto al prospero periodo postbellico [6].

Con una crisi da sovrapproduzione nello zucchero, il capitale USA si riversava allora nei servizi pubblici, nella raffinazione del petrolio e nella manifattura, cosicché prima del 1959 ‘investitori statunitensi controllavano il 90 per cento dei servizi telefonici ed elettrici, 50 per cento del servizio pubblico ferroviario e 40 per cento della produzione di zucchero grezzo’ [7]. Invero, l’economista Dudley Seers ha scritto che la Cuba prerivoluzionaria era essenzialmente ridotta a “un’appendice” dell’economia statunitense [8]. Malgrado il crescente passaggio di proprietà di zuccherifici in mani cubane dagli anni Cinquanta, la produzione zuccheriera rimaneva caratterizzata da sottoccupazione e carenza tecnologica. Disoccupazione e bassi salari erano onnipresenti, le attività di lavorazione e raffinazione restavano in larga parte sotto controllo straniero, inoltre gli Stati Uniti ponevano limiti fisici all’ingresso di zucchero raffinato nel loro mercato [9]. Infine, fatto cruciale, Washington conservava il controllo della quota di zucchero cubana – consolidando il suo dominio semicoloniale sull’isola, disincentivandone gli investimenti e quindi contribuendo alla sua stagnazione.

Dunque, un importante aspetto del sottosviluppo cubano consisteva nell’insufficiente industrializzazione dell’isola. La sempre più subordinata integrazione di Cuba nell’orbita economica statunitense era consolidata da accordi commerciali che le offrivano un accesso privilegiato (ma limitato) ai mercati USA, contropartita della crescente esportazione di capitale nordamericano nell’isola. Tutto ciò conduceva a un rafforzamento del monopolio statunitense su produzione e industrie cubane, rendendo per giunta l’industrializzazione e la diversificazione agricola pressoché impossibili per Cuba.

L’economia dell’isola nel XX secolo (prima della Rivoluzione) era per tanto legata in modo crescente a quella USA, un eccessivo affidamento sulle importazioni e le esportazioni da e verso questi ultimi il cui esito era un ciclo di dipendenza così descritto da Jean Paul Sartre: “dei dollari che pagavano lo zucchero, i cubani non ne sentivano l’odore: questo denaro veniva speso prima, restava negli Stati Uniti […] per aiutare gli acquisti dell’isola” [10]. Vale la pena notare che il filosofo francese, quale visitatore entusiasta intento a seguire gli sviluppi della rivoluzione, esprimeva qui le sue osservazioni e articolava, per un’opinione pubblica straniera, la linea della dirigenza rivoluzionaria. Il fenomeno cui si accenna era caratteristico di un’economia sottosviluppata – l’imperialismo statunitense faceva sì che l’industrializzazione fosse irraggiungibile, sicché l’isola sarebbe rimasta dipendente dalle importazioni di macchinari e prodotti alimentari di base. In aggiunta, tale sistema di dipendenza dava luogo a un decennale deterioramento delle ragioni di scambio, causando una perdita di potere d’acquisto per Cuba e consolidandone il sottosviluppo.

Da ultimo, la produzione di zucchero a Cuba era un settore ad alta intensità di lavoro, oltreché pesantemente associato a razzismo, schiavitù e imperialismo [11]. A parte i proprietari terrieri, le élite straniere e il fulcro consumistico dell’Avana, l’isola era caratterizzata da “condizioni di arretratezza, fame e povertà” [12].

La sfida per la nuova dirigenza rivoluzionaria era quindi necessariamente antimperialista; i rivoluzionari sapevano bene che qualsiasi tentativo di sviluppo economico e sociale era stato fino a quel momento reso impossibile dalla morsa USA sull’isola. Si rendeva indispensabile per Cuba tanto spezzare “il circolo vizioso dell’indebitamento estero” [13], perpetuato da afflussi di capitale e prestiti concessi a condizioni onerose, quanto demolire le ineguaglianze strutturali nella proprietà della terra e nell’occupazione. Nuova dirigenza consapevole che l’obiettivo dello sviluppo per Cuba era in contraddizione con gli allora esistenti rapporti (semicoloniali) con gli Stati Uniti; così come del fatto che ogni tentativo di tagliare quest’appendice, e tendere verso un’autentica indipendenza, sarebbe stato accolto esclusivamente da una qualche forma di aggressione. Essi comprendevano che l’isola, e di fatto tutti i paesi sottosviluppati, avevano solo due opzioni: la dipendenza o la rivoluzione.

Il periodo speciale, fine dell’azucarocrazia?

Nel momento in cui il conseguimento della diversificazione agricola si dimostrava difficoltoso, questa politica veniva abbandonata in favore di un incremento della produzione zuccheriera – ora per l’esportazione verso il blocco sovietico. Ma mentre la monocoltura, l’economia orientata all’esportazione dell’isola, era vista come intrinseca al sottosviluppo strutturale della nazione, la natura della produzione di zucchero era decisamente mutata. Ampie riforme agrarie erano state attuate al fine di affrontare disuguaglianze di lunga data nella proprietà e nelle strutture sociali, mentre tutti gli zuccherifici, le banche, quasi la metà della terra e oltre un 80 per cento dell’industria venivano destinati alla proprietà statale [14].  Ancora, si adottavano misure per superare l’imperversante analfabetismo e i redditi bassi, sradicare la disoccupazione prolungata e stagionale, nonché per investire massicciamente nella sanità e nell’istruzione. 

La natura dell’economia di Cuba appariva drasticamente trasformata, nonostante l’isola rimanesse ancora in larga parte un’esportatrice di monocoltura. Ad esempio, i mezzi di produzione appartenevano ora ai cubani stessi e gli accordi commerciali col blocco socialista venivano stabiliti alle condizioni di Cuba, con l’obiettivo esplicito di contrastare un deterioramento delle ragioni di scambio [15]. I profitti derivanti dallo zucchero non andavano più a riempire le tasche di proprietari terrieri sfruttatori ed élite straniere, ma bensì investiti socialmente in ambiziosi programmi di sviluppo, così pure utilizzati per importare macchinari, attrezzature e assistenza tecnica [16]. Inoltre, la trasformazione nel modo in cui i lavoratori potevano soddisfare le loro necessità non può essere sottostimata; per il 1961, l’analfabetismo di base era stato eradicato [17] e le terre nazionalizzate distribuite tra i lavoratori senza terra e le cooperative. A un anno dalla rivoluzione, erano state costruite 37 nuove scuole gratuite e i lavoratori incoraggiati a frequentarle [18], mentre la disoccupazione, uno dei problemi più gravi della Cuba prerivoluzionaria – in particolare nelle aree rurali – poteva dirsi sradicata nelle sue forme manifeste [19]. 

In aggiunta, l’importazione di beni di lusso – tratto tipico delle economie sottosviluppate e antitetico allo sviluppo – veniva proibita. Il contrasto tra un’Avana parco giochi per ricchi e la nuova Cuba risultava lampante. Gli esiti erano sia ideologici – una concreta dimostrazione di egualitarismo socialista, un rifiuto dei privilegi da parte della nuova dirigenza – sia economici, ovvero un passaggio dallo sperpero di profitti in importazioni e lussi per i ricchi a varie forme di investimenti socialmente utili. Beni di lusso che sono dunque un sintomo (mancanza di sbocchi potenzialmente redditizi per il capitale nell’economia colonizzata) e una causa (drenaggio di risorse dai salari dei lavoratori e da investimenti utili) di sottosviluppo e dipendenza coloniale. Nel 1912, per esempio, i beni di consumo costituivano il 70 per cento delle importazioni totali [20]. Malgrado l’enorme esodo di professionisti e gli immediati atti di sabotaggio, tanto interni che esteri, veniva intrapresa una completa trasformazione nelle componenti agraria, urbana, educativa e industriale di Cuba. Si centralizzava la pianificazione economica e ogni eccedenza di capitale, rispetto alla produzione, veniva ora allocata in aree dell’economia cubana a seconda delle necessità. Come puntualizzato da Max Nolff, il bilancio della pianificazione centralizzata di Cuba era “in effetti uno strumento di redistribuzione delle risorse finanziarie del paese” [21].

Stando così le cose, le critiche secondo le quali Cuba sarebbe passata dalla dipendenza dagli USA a quella dall’Unione Sovietica sono ben lontane dall’accuratezza. L’economia dell’isola era cambiata da una dominata dagli Stati Uniti a una basata sui fondamenti di mutuo sostegno socialista e sviluppo nazionale, per giunta, l’aspetto di sfruttamento della produzione zuccheriera cubana era scomparso, il che la rendeva invece centrale tanto per la sovranità nazionale quanto per la sicurezza alimentare di fronte all’aggressione statunitense.  

Sebbene ciò significasse porre termine allo sfruttamento capitalistico all’interno di Cuba, l’isola rimaneva dipendente dalle importazioni alimentari essendo la sua agricoltura quasi interamente orientata alle esportazioni, principalmente verso il blocco socialista. Come tale, nonostante Cuba avesse spezzato le catene dell’imperialismo, oltre ad avere conquistato la sicurezza alimentare, non aveva ancora raggiunto la sovranità alimentare. Avendo adottato le pratiche della ‘Rivoluzione verde’ , l’agricoltura cubana negli anni Ottanta era “la più industrializzata dell’America Latina, utilizzando proporzionalmente più fertilizzanti rispetto agli USA” [22]. La stragrande maggioranza dei prodotti agrochimici, dei pesticidi, del carburante e dei macchinari necessari alle pratiche agricole del paese venivano importati dal blocco socialista, per essere impiegati prevalentemente nelle aziende agricole statali. Proprio in quel momento la crisi iniziava a colpire.

Il collasso dell’Unione Sovietica, assieme al concomitante smantellamento del Comecom (Consiglio di mutua assistenza economica), ebbero un impatto disastroso su Cuba – paese che faceva ampio affidamento sul sostegno politico ed economico del blocco socialista. Inoltre, l’embargo statunitense veniva inasprito e, come conseguenza di tali fenomeni, l’isola perdeva un 85 per cento del suo commercio nel giro di soli tre anni. Il PIL crollava drasticamente, al pari delle importazioni di prodotti alimentari, pesticidi e macchinari. Nel 1993, il peggiore del ‘Periodo speciale’, la produzione di zucchero era dimezzata e continuava a declinare.

Per la fine degli anni Novanta, metà delle raffinerie di zucchero dell’isola erano state chiuse. L’Azucarocracia era giunta alla fine, ma lo era anche la sicurezza alimentare del paese. Di fronte all’isolamento economico, a un’agricoltura ormai inefficiente e obsoleta, nonché alla minaccia reale della carestia diffusa, la sopravvivenza della Rivoluzione cubana (e di fatto dello stesso popolo cubano) era evidentemente in pericolo. Questa sopravvivenza, così come la sua continuazione nel XXI secolo, è in larga parte il risultato di una completa ristrutturazione dell’agricoltura cubana – e di un movimento ecologico di Cuba il più grande modello al mondo di ‘decrescita’ socialista.

La rivoluzione agro-ecologica

Alla metà degli anni Novanta, prendeva il via un’importante ristrutturazione delle terre di proprietà statale. Oltre la metà di quelle arabili veniva redistribuita, perlopiù nelle Unità di base di produzione cooperativa (UBPC) e centinaia di migliaia di cubani ricevevano terra in usufrutto – questa rimaneva proprietà dello Stato ma, punto cruciale, i mezzi di produzione erano detenuti dai membri delle cooperative. Come spiega Helen Yaffe, tali riforme agrarie e misure redistributive erano interamente motivate entro la risposta alla crisi da scarsità di cibo; il capitale estero rimaneva limitato al solo settore statale e, cosa importante, le cooperative mantenevano un intrinseco ‘carattere sociale’. Ciò significava che lo Stato conservava il controllo normativo sull’occupazione e i fattori produttivi, prevenendo gli interessi esterni e lo sfruttamento [23]. Nel 1994 venivano introdotti (con riluttanza) i mercati agricoli privati e, a partire dall’anno seguente, questi facevano registrare la vendita di un quinto di tutti i prodotti agricoli dell’isola [24].

Al contempo, lo Stato agiva rapidamente mobilitando la ricerca scientifica e le conoscenze tecniche, oltre a supervisionare un’ampia decentralizzazione della produzione, al fine di passare da un’agricoltura a suo tempo altamente meccanizzata, e orientata all’esportazione dello zucchero, a un sistema di produzione alimentare in gran parte organico e su piccola scala. Come osservano Boillat, Gerber e Funes:

Le innovazioni tecniche comprendevano il controllo biologico dei parassiti e la produzione di biofertilizzanti, la promozione dell’uso di energie rinnovabili come i biogas, nonché lo sviluppo della produzione zootecnica basata su legumi ricchi di proteine da integrare poi nei sistemi agroforestali. Ancora, tecniche tradizionali venivano riscoperte e ulteriormente sviluppate, inclusi utilizzo della trazione animale, rotazione delle colture, diversificazione genetica e conversione di aziende agricole specializzate in aziende agricole miste.

Queste innovazioni sono state fondamentali per la sopravvivenza di Cuba a una crisi estrema di scarsità alimentare. Dal baratro del collasso economico e agricolo, l’isola ha intrapreso un’importante trasformazione della terra e dell’autorità, abbracciando metodi agroecologici, ridistribuendo aziende agricole statali, aprendo cooperative e sostenendo l’innovazione creativa e orizzontale del popolo cubano nella produzione di cibo. Due iniziative chiave nella sopravvivenza del socialismo cubano, così come del percorso verso la sovranità alimentare, sono il movimento Campesino a campesino e il movimento agricolo urbano, il quale ultimo ha trasformato i terreni abbandonati e i siti edificabili dell’Avana in aree verdi e produttive.

Organopónicos: un’invenzione cubana

La trasformazione dall’agricoltura su larga scala e industrializzata alla produzione su piccola scala, biologica e orientata alle esigenze alimentari è stata certamente una reazione alla perdita di importazioni dall’Unione Sovietica. Tuttavia, gli istituti cubani di ricerca si preparavano da anni a una simile eventualità, considerata la costante minaccia di un blocco totale dell’isola. La ricerca veniva quindi indirizzata verso politiche di sostituzione delle importazioni e metodi alternativi di produzione non dipendenti da fertilizzanti e pesticidi. Già dal 1987, diversi anni prima del collasso sovietico, strutture delle forze armate avevano iniziato a installare organóponicos [https://monthlyreview.org/2009/01/01/the-urban-agriculture-of-havana/], un’invenzione cubana. Si tratta di un punto essenziale – la dirigenza cubana, ben conscia del pericolo di totale isolamento e dunque della scarsità di cibo, ha avuto la capacità di mobilitare risorse scientifiche verso una produzione alimentare organica. Malgrado la sua evidente dipendenza dall’Unione Sovietica, Cuba ha attivamente perseguito metodi alternativi di sviluppo impegnandosi per la sovranità alimentare, senza la quale la preservazione della rivoluzione non sarebbe oggi stata possibile.

In aggiunta, le pratiche della ‘Rivoluzione verde’, con la degradazione del suolo e riduzione delle risorse idriche loro intrinseca, stanno oggi attraversando un crollo della produttività. Il radicale mutamento nell’agricoltura cubana, inteso in gran parte quale strategia di sopravvivenza conseguente al collasso dell’Unione Sovietica, ha significato inoltre che Cuba è fuoriuscita dal modello post-Rivoluzione verde proprio nel momento in cui quest’ultima, e il suo paradigma organizzativo della natura, mostravano la corda. Come ha argomenta Jason W. Moore, a partire dal 2002 l’era del “cibo a buon mercato” è sostanzialmente svanita [25]. L’appropriazione delle falde acquifere – energia a basso costo per fertilizzanti [26] che ha contrastato la tendenza generale del capitalismo (Marx) a esaurire il suolo, assicurando in tal modo incrementi di produttività sostanziali in agricoltura – è divenuta progressivamente più ardua. Oltre a ciò, assistiamo a quello che Moore descrive come “effetto ultraerbaccia”, vale a dire che le erbe infestanti evolvono rapidamente per sopravvivere ai diserbanti fondamentali per la “rivoluzione biotecnologica” GM dell’agricoltura capitalistica [27].

Potremmo aggiungere alle molteplici crisi dell’agricoltura capitalistica il collasso delle colonie di api, ovvero il collasso del “modello di alveare completamente industrializzato” (non essendo le api in grado di evolversi tanto rapidamente, per sopravvivere agli insetticidi, quanto le erbe infestanti lo sono per resistere ai diserbanti) [28] . Persino The Economist ha notato che, a differenza del resto del mondo, “essere un’ape a Cuba è bello”, attribuendo però questo fatto ad “arretratezza agricola”; ma, considerato il crollo del “modello alimentare a basso costo” capitalistico, in contrasto con la capacità di Cuba nel nutrire la propria popolazione, nonché le specifiche tipologie di conoscenza coinvolte e sviluppate nella rivoluzione agroecologica cubana, cosa significa in tale contesto “arretratezza”? Il miele biologico cubano e divenuto non solo un prodotto d’esportazione chiave per l’isola ma, più in generale, Cuba ha sviluppato pratiche agroecologiche ad alti rendimenti e di gran lunga migliori nel loro impatto ambientale.

L’Organopónico è stato una rivelazione nel campo dell’orticoltura. Utilizzando il substrato organico, ricorrendo all’irrigazione a goccia e a pratiche dell’orticoltura, queste aiuole possono essere implementate nei terreni urbani incolti e, senza uso di alcun prodotto petrolchimico, hanno il duplice vantaggio della partecipazione locale e urbana e di una produzione alimentare sana e diversificata [29]. Dal 1997 al 2005, la produzione di ortaggi all’Avana è aumentata di oltre il 1200 per cento; dal 2013, gli agricoltori urbani nella sola capitale cubana producevano oltre 60.000 tonnellate di ortaggi e 1.700 tonnellate di carne ogni anno servendosi di questo metodo. Fagioli, cetrioli, barbabietole, pomodori spinaci, peperoni e altro vengono coltivati biologicamente su terreni urbani un tempo malridotti, erosi o abbandonati. In aggiunta a costi di trasporto e chimici minimi, le cooperative dell’Organopónico migliorano i rapporti nella comunità, aumentano l’occupazione e, punto cruciale, vendono una gamma di cibo sano a livello locale e a prezzi accessibili. 

Gli Organopónicos portano alti rendimenti, i quali sono aumentati da quando il primo appezzamento civile è stato introdotto nella capitale nel 1991. Ecologicamente vantaggioso, questo movimento ha condotto non solo a città più verdi, ma ha anche presentato a Cuba un’opportunità di venire incontro alle proprie esigenze alimentari, se dovesse proseguire a crescere nelle aree urbane dell’isola. In effetti, ha spinto il ricercatore Sinand Koont ad affermare che Cuba ha “possibilità infinite”. Per il 2013, all’Avana vi erano circa un centinaio di organopónicos produttivi, in grado di fornire diverse varietà di verdure coltivate, vendute e consumate da residenti nella città. L’esempio forse migliore è l’organopónico Vivero Alamar, una cooperativa alcuni chilometri a est del centro città. Avviata inizialmente negli anni Novanta da cinque ex dipendenti pubblici su terreni abbandonati, oggi impiega oltre 180 cubani e produce ogni anno più di 300 tonnellate di verdure biologiche per l’Avana . Significativamente, tale metodo di coltivazione urbana ha valorizzato la partecipazione della comunità, incoraggiato il coinvolgimento dei giovani nella produzione del cibo e nella sostenibilità, garantendo prodotti ortofrutticoli sani e diversificati ai residenti urbani, dando luogo per giunta a un consistente rimboschimento urbano dell’isola [30].

Inoltre, il movimento ha continuato a guadagnare terreno e ha visto alcuni cubani trasformare i propri balconi e tetti in piccoli organopónicos, rafforzando l’impegno della comunità e incoraggiando la partecipazione, oltre a ridurre la dipendenza della città dalla produzione rurale [31]. Il che solleva una questione importante riguardo alla città e alla campagna. Prima del 1959 il divario economico e sociale tra la Cuba urbana e quella rurale era impressionante; mentre l’Avana prosperava (esclusivamente per alcuni), solo il 3 per cento dei cubani residenti nelle campagne possedeva la terra che lavorava, il 2 per cento soltanto aveva accesso all’acqua corrente, infine, alti livelli di analfabetismo e povertà erano accompagnati da un’aspettativa di vita di appena 59 anni [32]. Il governo rivoluzionario fronteggiava questo divario – intraprendendo programmi sociali ed educativi estesi e ambiziosi – dotando la Cuba rurale di scuole, centri medici, abitazioni e strade [33]. L’analfabetismo veniva eradicato e, al contempo, ulteriori programmi sociali miglioravano notevolmente la salute e gli standard di vita della popolazione rurale cubana, debellando malattie, riducendo la povertà e migliorando le condizioni di lavoro.

Il divario città-campagna è stato dunque ampiamente affrontato, anche se ovviamente alcune contraddizioni persistono (ad ogni modo un loro esame esula dallo scopo di questo testo). Ma gli ultimi 30 anni dell’isola, e nello specifico il movimento della produzione agricola urbana, riportano l’attenzione su un interrogativo importante: Cuba, sia pur per necessità, è sulla via per risolvere le contraddizioni tra città e campagna? Secondo Marx “l’abolizione dell’antagonismo fra città e campagna è una delle prime condizioni della comunità.

La tradizione marxista, il suo produttivismo, le sue necessarie radici teoriche e spesso pratiche nel proletariato industriale, hanno talvolta teso a perdere o offuscare la centralità del superamento di oppressione e sfruttamento della sfera rurale da parte di quella urbana, nonché la critica di Marx ed Engels alla distruzione della campagna ai fini dell’accumulazione nelle città. Tuttavia, è un fatto centrale, poiché come ha osservato Raymond Williams, “il contrasto fra campagna e città è una delle principali forme attraverso cui diventiamo consci delle… crisi della nostra società” [34]. Tra l’altro, come argomentato da Engels in La questione delle abitazioni, la contraddizione tra città e campagna è uno dei fattori principali nella tetraggine della vita in ambienti urbani capitalistici . In risposta alle pressioni esterne, e di fronte alla sfida di andare incontro alle necessità dei propri cittadini, gli spazi urbani cubani sono diventati aree verdi per la partecipazione della comunità, la sostenibilità e la sovranità alimentare. La dipendenza urbana dalla produzione rurale (e, certamente prima del 1959, dallo sfruttamento delle zone rurali) è stata drasticamente ridotta e l’agricoltura urbana ha conosciuto un piccolo boom occupazionale, in particolare fra donne e giovani.   

Pur riconoscendo che la produzione agricola urbana cubana è stata in larga parte una risposta a pressioni esterne e alla minaccia della scarsità alimentare, è difficile negare che l’isola rivoluzionaria stia perseguendo un modello che potrebbe infrangere l’antagonismo fra città e campagna. In verità, ponendo al centro le necessità della popolazione ed enfatizzando le pratiche ecologiche come integrali alla produzione, i cubani hanno realizzato esperienze su larga scala di significativa produzione da parte della comunità, basate su conoscenze scientifiche e tradizionali, su lavoro mirato e mutua assistenza. Per molti versi, il movimento agricolo urbano a Cuba rappresenta una conquista che, per la sinistra, è stata finora solo lontanamente immaginata.

Il Movimento da contadino a contadino

Producir aprendiendo; enseñar produciendo y aprender enseñando(“Produrre imparando; insegnare producendo e imparare insegnando”)

Nel 1997, i membri dell’ANAP (Associazione nazionale dei piccoli agricoltori) lanciavano il Movimento agroecologico da contadino a contadino (MACAC). L’obiettivo consisteva nel fare in modo che i piccoli agricoltori condividessero le proprie conoscenze tra loro, integrando inoltre sistemi di agricoltura nuovi e sostenibili. Attraverso la partecipazione sociale, mobilitando risorse locali e recuperando il know-how tradizionale contadino, il MACAC rappresenta un’iniziativa di base fondata sull’apprendimento orizzontale. Analogo ad altri movimenti dell’America centrale ispirati a Pulo Freire, il MACAC di Cuba è cresciuto sino a divenire il più ampio esperimento di pedagogia da contadino a contadino al mondo, coinvolgendo circa 200.000 famiglie di piccoli agricoltori per il 2018.

Il movimento è stato un clamoroso successo, e ciò per diverse ragioni. In primo luogo, e sopratutto, ha contribuito ad alcuni autentici casi di sovranità alimentare a Cuba, con molti piccoli agricoltori, al 2011, in grado di produrre tra 80 e 100 per cento del cibo necessario al consumo familiare. Una cooperativa di Jagüey Grande, ad esempio, produce un 80 per cento del cibo richiesto dai 60.000 residenti della sua municipalità [35]. Piccoli agricoltori che sono stati assolutamente fondamentali per Cuba, nel momento in cui si è trattato di scongiurare un’enorme crisi alimentare e avviarsi verso la sovranità alimentare; entro il 2006, il settore contadino forniva due terzi del cibo dell’isola, nonostante controllasse solo il 25 per cento della terra arabile. Un notevole incremento nella produzione alimentare verificatosi malgrado oltre un 80 per cento dei terreni agricoli fosse biologico e a fronte di una riduzione del 95 per cento nell’uso di pesticidi chimici.

In secondo luogo, pur essendo solo una delle numerose trasformazioni nel percorso verso l’agroecologia, a cuba il Movimento da contadino a contadino ha portato cospicui benefici; è stato dimostrato il suo ruolo nel ripristino della salute del suolo, nella riduzione delle emissioni di carbone e nella resistenza al cambiamento climatico. In effetti, i metodi utilizzati dal MACAC agevolano la prevenzione di erosione e smottamenti, oltre ad essere in grado di reagire meglio agli uragani rispetto alle precedenti aziende agricole prevalentemente a monocoltura.

In aggiunta, lo sviluppo da parte di Cuba delle pratiche agroecologiche, in particolare nella pedagogia da contadino a contadino, ha aiutato l’isola a diventare tra le principali sostenitrici della sovranità alimentare in America Latina, promuovendo iniziative simili in Venezuela e ricoprendo ruoli centrali in organizzazioni contadine transnazionali come La Via Campesina [36]. Secondo Gürcan, questo ruolo di primo piano ha favorito Cuba nel diversificare il suo commercio tramite l’ALBA (Alleanza bolivariana per i popoli di nostra terra) – cosa non da poco per un paese alle prese con un tale isolamento economico. Significativamente, il passaggio di Cuba all’agroecologia offre allora molteplici vantaggi in termini di protezione ambientale, sovranità alimentare e anche per quanto riguarda il suo (pur limitato) commercio internazionale.

Il movimento agroecologico, attraverso una combinazione di innovazione urbana, partecipazione rurale a guida contadina e a una popolazione che lavora per produrre alimenti biologici di fronte all’aggressione esterna, è stato cruciale per la sopravvivenza di Cuba. L’isola ha vissuto una rivoluzione agricola all’interno della rivoluzione. Peraltro, tutto ciò non solo è stato importante per il suo percorso verso la sovranità alimentare, ma ha anche dimostrato come un esempio di autentica, e su larga scala, produzione verde e sostenibile sia possibile. A dispetto di un colossale calo nelle importazioni e nell’uso di fertilizzanti, carburante e macchinari, Cuba al 2013 aveva un consumo di verdure pro capite superiore alla media mondiale, nonché considerevolmente maggiore agli Stati Uniti e alla media delle Americhe.  

Per il 2000, l’apporto calorico giornaliero di Cuba aveva riguadagnato i livelli precedenti il Periodo speciale, continuando ad aumentare costantemente. Al 2013 (ultimi dati disponibili), l’apporto calorico dell’isola è superiore alla media tanto del mondo quanto delle Americhe. Le sfide a una sostenibilità alimentare duratura permangono, ma mentre i numeri relativi alle importazioni alimentari sono fuorvianti (la stragrande maggioranza di queste è diretta al sostegno del settore turistico cubano), non vi è dubbio che tali movimenti rappresentino autentiche alternative a un’agricoltura meccanizzata, ambientalmente degradante e sfruttatrice.   

Il socialismo cubano e la decrescita socialista

Il successo di Cuba in tema di sostenibilità è una delle tante ragioni per cui la rivoluzione è sopravvissuta – ciò a dispetto di enormi avversità nella forma di un pesante embargo economico. E sebbene si sia trattato di una risposta alla perdita commerciale subita dovuta al crollo dell’Unione Sovietica, questa costituisce solo una parte della storia. Il rapporto tra l’agroecologia e il socialismo cubano e di tipo dialettico; il carattere socialista della Rivoluzione cubana ha facilitato la trasformazione agricola, la quale a sua volta ha rafforzato i principi del socialismo cubano e, per giunta, ha sviluppato quest’ultimo nel senso della decrescita socialista.

La trasformazione di Cuba in direzione dell’agroecologia rappresenta la più grande esperienza a livello mondiale di decrescita socialista. Pur mantenendo standard notevoli negli ambiti dell’istruzione, della sanità e, in misura crescente, della produzione alimentare locale, Cuba ha ridotto drasticamente la propria impronta ecologica, migliorando la salute ambientale, rafforzando la resistenza al cambiamento climatico e rompendo radicalmente con prodotti chimici e pesticidi nocivi. Cuba è forse sulla via per ottenere ciò che il modo di produzione capitalistico non potrà mai conseguire: un sistema di decrescita sostenibile nel quale le necessità del suo popolo siano centrali. In altre parole, un sistema in cui la ricchezza ha un carattere di tipo sociale, non monetario; e, per andare oltre, dove la natura (intesa quale fonte di ricchezza, ma non di valore all’interno del capitalismo) viene valorizzata, evitando che il suo esaurimento sia al centro della pianificazione.

La resilienza nel conservare i propri principi socialisti è stata fondamentale in questa esperienza di decrescita; solo un’economia che proibisca la grande proprietà terriera, la disuguaglianza strutturale, nonché l’accumulazione di ricchezza privata e mezzi di produzione, può mirare a un’autentica decrescita. In tal senso, quest’ultima, come esperimento di vita reale, ha necessariamente un carattere socialista, dato che i principi fondamentali del capitalismo sono incompatibili con quanto esposto sopra. Il che non significa che il capitalismo non avrà la sua “decrescita”, considerata la minaccia del cambiamento climatico, ma che questa sarà il sottoconsumo forzato di valori d’uso per i poveri a livello globale, non quindi la scissione cubana della ricchezza sociale (appunto, i valori d’uso) dalla valorizzazione capitalistica.

Nonostante piccole aperture al mercato, l’estensione del settore turistico e l’incremento del lavoro autonomo, Cuba non ha iniziato, come entusiasticamente predetto da esperti occidentali, una transizione per ritornare al capitalismo. Concessioni necessarie sono state in effetti attuate in risposta alla crisi delle importazioni, aggravate dal brutale ampliamento del regime di sanzioni tramite il Torricelli Act del 1992 e l’Hems-Burton Act del 1996. Ma il socialismo cubano non ha seguito l’Unione Sovietica, e oggi – malgrado le sue debolezze e contraddizioni – è forse il più brillante esempio di paese socialista al mondo.

Vi è a Cuba una coscienza antimperialista profondamente radicata. Gli investimenti esteri, lo sfruttamento e la dipendenza sono ben compresi come concetti interconnessi e il popolo cubano capisce chiaramente come la sovranità è una questione tanto di produzione alimentare e termini di scambio, quanto di indipendenza costituzionale. Ben prima che l’ejército rebelde irrompesse all’Avana nel 1959, esisteva da tempo un’identità fatta di antimperialismo e nazionalismo; una citazione usata spesso dai membri dell’ANAP risale all’eroe dell’indipendenza del XIX secolo José Martií: “un popolo che non può produrre il proprio cibo è un popolo schiavo”.

La rivoluzione del 1959 – o più specificamente, la reazione statunitense ad essa – radicalizzava ulteriormente la nuova dirigenza e il popolo cubano. Sommandosi a un movimento già dotato di coscienza di classe, gli atti di sabotaggio USA, il terrorismo e una fallita invasione, in diversi modi mobilitavano il popolo dell’isola enfatizzando il senso di patria o muerte. Come indicato da Yaffe e López, “affrontare l’imperialismo statunitense è diventato parte integrante del processo politico e della vita quotidiana cubani”.

È in tale contesto che va inquadrata la trasformazione agroecologica di Cuba. L’incapacità da parte dei commentatori esterni nel predire la preservazione del socialismo cubano deriva dal fraintendimento di quanto l’antimperialismo sia tutt’uno con la memoria nazionale cubana. Lungi dal soccombere a una ‘liberalizzazione’, Cuba ha resistito ancora una volta ad avversità estreme e il popolo, cuore pulsante della trasformazione agricola, è stato incoraggiato e materialmente sostenuto dalla dirigenza. Sanità, istruzione, internazionalismo, anticapitalismo e autosufficienza sono principi centrali dell’isola ed è un popolo ben istruito, conscio, creativo e internazionalista quello che risponde alla crisi alimentare. Pratiche innovative, pedagogia locale e transnazionale, progressi scientifici e, cosa forse più importante, l’impegno a mai più tornare ad un sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo [37], sono le ragioni per cui Cuba sopravvive oggi. 

Il carattere socialista della dirigenza cubana, in combinazione con la determinazione e l’ingegnosità del popolo, sono stati fondamentali nel trasformare radicalmente la prospettiva agricola dell’isola. Ha agevolato ampie riforme agrarie, il trasferimento di poteri a autorità più locali e decentrate, ancora e soprattutto fornendo ai cubani, sia delle aree rurali che di quelle urbane, lo spazio, l’opportunità e l’incoraggiamento di impegnarsi nello sforzo collettivo della produzione di cibo. A sua volta, questo sforzo collettivo ha rafforzato il socialismo cubano per due ragioni.

In primo luogo, la lotta per preservare la rivoluzione di fronte a difficoltà estreme, e persino al rischio di annientamento, rispecchia le precedenti crisi che Cuba si è trovata a fronteggiare – in effetti riflettendo le modalità creative, provocatorie e instancabili con cui ci si è opposti a esse.

In secondo luogo, il movimento agroecologico a Cuba ha ribaltato l’alienazione dalla natura insita nell’agricoltura industrializzata. L’agricoltura urbana, le pratiche ecologiche e la pedagogia da contadino a contadino rappresentano una trasformazione sia dei rapporti fra persone, sia della loro relazione col resto della natura e all’interno di essa; rappresentano un modo di organizzare questa stessa natura che rifiuta le modalità attraverso cui il capitalismo (ma anche alcune versioni produttivistiche del socialismo) l’ha organizzata e, pertanto, offre una rinnovata connessione tra il lavoratore e il processo lavorativo. Al contempo, la partecipazione dei lavoratori e una maggiore autonomia hanno contribuito ulteriormente a costruire un senso collettivo di responsabilità rivoluzionaria [38].

È in tal senso che il socialismo cubano e l’agroecologia intrattengono un rapporto dialettico, costituendo uno dei migliori esempi del perché la Rivoluzione cubana, e lo stesso popolo cubano, sono sopravvissuti entrando nel XXI secolo. Quando prendiamo in considerazione i numerosi conseguimenti nella sanità, nella scienza, nell’istruzione, nell’ecologia e nella solidarietà internazionale – pressoché miracolosi in un contesto di perenne sabotaggio – ci viene ricordato che una piccola isola dei Caraibi è la principale guida rivoluzionaria nel nostro mondo odierno.


Note

  1. Helen Yaffe, We Are Cuba! How a Revolutionary People survived in a Post-Soviet World, New Haven, Yale University Press, 2020, p. 251.
  2. Yaffe, We Are Cuba!, p. 252.
  3. Andrés Bianchi, Richard Jolly, Dudley Seers, Max Nolff, Cuba. The Economic and Social Revolution, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1960, p. 80
  4. Andrew MacEwan, Revolution and Economic Dvelopment in Cuba, Londra, Palgrave MacMillan, 1981, p. 13.
  5. Bianchi, Jolly, Seers, Nolff, Cuba. The Economic and Social Revolution; A. Ritter, The Economic Development of Revolutionary Cuba. Strategy and Performance, Durham, Duke University Press, 1975, p. 18.
  6. Bianchi, Jolly, Seers, Nolff, Cuba. The Economic and Social Revolution, p. 69.
  7. Helen Yaffe, Che Guevara. The Economics of Revolution, Londra, Palgrave MacMillan, 2009, p. 8.
  8. Bianchi, Jolly, Seers, Nolff, Cuba. The Economic and Social Revolution, p. 20.
  9. James O’Connor, Origins of Socialism in Cuba, Ithaca, Cornell University Press, 1970, p. 25.
  10. Jean Paul Sartre, Visita a Cuba. Reportage sulla Rivoluzione cubana e sull’incontro con Che Guevara, massari editore, 2005, p. 106.
  11. Yaffe, The Economics of Revolution, p. 172.
  12. Ernesto Che Guevara e John Gerassi, Venceremos! The Speeches and Writings of Ernest Che Guevara, Londra, Weidenfeld and Nicolson, 1968, p. 325.
  13. Guevara e Gerassi, Venceremos!, p. 326.
  14. Yaffe, The Economics of Revolution, p. 28.
  15. Yaffe, We Are Cuba!, p. 23.
  16. Bianchi, Jolly, Seers, Nolff, Cuba. The Economic and Social Revolution, p. 312.
  17. Yaffe, The Economics of Revolution, p. 77.
  18. Yaffe, The Economics of Revolution, p. 76.
  19. Si veda Ritter, The Economic Development of Revolutionary Cuba.
  20. O’Connor, Origins of Socialism in Cuba, p. 14.
  21. Bianchi, Jolly, Seers, Nolff, Cuba. The Economic and Social Revolution, p. 311.
  22. Yaffe, We Are Cuba!, p. 60.
  23. Yaffe, We Are Cuba!, p. 46.
  24. Yaffe, We Are Cuba!, p. 47.
  25. Jason W. Moore, Capitalism in the Web of Life, Londra, Verso, 2015, p. 255.
  26. Moore, Capitalism in the Web of Life, p. 265.
  27. Moore, Capitalism in the Web of Life, p. 283.
  28. Moore, Capitalism in the Web of Life, p. 285.
  29. Si vedano, Koont [https://monthlyreview.org/2009/01/01/the-urban-agriculture-of-havana/] e Thomas [https://www.fao.org/ag/agp/greenercities/en/GGCLAC/downloads.html].
  30. Per un ulteriore approfondimento su rimboschimento, si veda Koont [https://monthlyreview.org/2009/01/01/the-urban-agriculture-of-havana/].
  31. Yaffe, We Are Cuba!, p. 63.
  32. Yaffe, The Economics of Revolution, p. 8.
  33. Ingrid Hanon, “Cuba, Agriculture and Socialist Renewal”, International Journal of Cuban Studies 12 (2), 2020, p. 205.
  34. Raymond Williams, The Country and the City, Londra, Vintage, [1973] 2016, p. 415.
  35. Hanon, “Cuba, Agriculture and Socialist Renewal”, p. 215.
  36. Yaffe, We Are Cuba!, p. 64.
  37. La costituzione cubana del 2019 ribadisce l’impegno a ‘mai più ritornare al capitalismo quale regime sorretto dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo’ come citata in Jaffe, We Are Cuba!, p. 251.
  38. Si veda Hanon, “Cuba, Agriculture and Socialist Renewal”.

Aidan Ratchford (@AMRatchford) è dall’autunno 2021 dottorando in storia economica e sociale presso l’Università di Glasgow. I suoi interessi di ricerca includono i temi dell’antimperialismo e del sottosviluppo a Cuba, nonché la teoria politica di Ernesto ‘Che’ Guevara.

Link all’articolo originale: http://newsocialist.org.uk/agroecology-and-cuban-socialism/ 

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