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Palestina, tra resistenza e solidarietà internazionale

Palestina resistenza

Il feroce attacco a Gaza si protrae ormai da più di una settimana e ha lasciato sul campo oltre 200 vittime tra i palestinesi portando, inoltre, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), ad un aumento del già consistente numero di sfollati interni. Con la solita brutalità i sionisti non hanno esitato a ricorrere a qualunque mezzo terroristico, inclusi bombardamenti di edifici, ospedali, scuole e uffici della stampa internazionale per tentare di intimidire, terrorizzare e annichilire i palestinesi. Tuttavia, se il risultato voleva essere la demoralizzazione e la capitolazione, l’obiettivo non sembra essere stato raggiunto. 

La Resistenza  a Gaza continua a rispondere infatti colpo su colpo, nonostante la sproporzione, con i mezzi di cui dispone per nulla intaccati dall’offensiva, ai raid indiscriminati dell’esercito israeliano sulla popolazione civile. Gaza si è sollevata, ricordiamolo, per difendere Gerusalemme e i palestinesi sotto attacco e sotto minaccia di pulizia etnica:

quando Gerusalemme ha chiesto l’aiuto di Gaza, e Gaza si è sollevata per difendere Gerusalemme, questo ha amplificato il crescente senso di unità nazionale palestinese e ha liberato la resistenza palestinese dal suo isolamento a Gaza.[i]

Difatti da quel momento tutti i palestinesi dei territori occupati e quelli che vivono in Israele sono venuti in soccorso di Gaza assediata. Prova ne è la solidarietà che si mobilita da Gerusalemme fino a Gaza, passando per la Cisgiordania in rivolta, solidarietà espressa in maniera eclatante dalla proclamazione di uno sciopero generale martedì 18 maggio (partecipatissimo) in tutta la Palestina a sostegno di Gaza e Gerusalemme e contro le violenze israeliane.

Proteste di massa si sono svolte in questo contesto a Ramallah dove persino l’autorità palestinese – sotto il fuoco delle critiche interne per la sua politica accomodante verso l’occupante – si è attenuta alla richiesta dello sciopero generale promossa dai comitati popolari[ii], chiudendo tutte le strutture governative e pubbliche (ad eccezione del settore sanitario). Negozi e attività chiuse, mezzi di trasporto fermi, lavoratori in piazza e nelle strade di tutte le città della Palestina occupata e, ancor più significativo, i lavoratori palestinesi in Israele hanno incrociato le braccia in solidarietà coi loro connazionali che vivono sotto occupazione.[iii]

Il sostegno dall’estero

La forza di questo afflato unitario è arrivata anche all’estero dove ci sono state state enormi manifestazioni in sostegno della causa palestinese. Nel mondo arabo e musulmano mobilitazioni in Yemen, Iraq, Pakistan, Indonesia, Iran, Siria, in Libano e in Giordania hanno dimostrato come sia infondata la tesi secondo cui la Palestina sia “abbandonata”, solo perché alcuni regimi arabi reazionari normalizzano oggi le relazioni con l’entità sionista. La realtà è che le masse si sono sollevate in un grandissimo spirito di solidarietà con la causa nazionale palestinese dimostrando che essa è ancora al centro di tutte le preoccupazioni (come avevamo avuto modo di approfondire in un nostro precedente articolo).

Persino in Europa e in Nordamerica  c’è stata una mobilitazione come non si vedeva da anni, probabilmente dai tempi delle enormi manifestazioni contro l’aggressione USA all’Iraq, al punto che anche nelle dimostrazioni svoltesi nel centro dell’imperialismo è risuonata con forza la richiesta di sanzioni contro Israele:

Non sono mancate neanche prese di posizione insolitamente nette in parte del generalmente torpido mondo accademico occidentale. Ovviamente tutto ciò è stato censurato o oscurato dai “mezzi di informazione”, i quali, come abbiamo già avuto modo di scrivere, quando parlano della questione si limitano a fare da portavoce dell’esercito israeliano. Anche in Italia decine di migliaia di persone in tutte le città del paese sono scese in piazza in sostegno della Palestina, salutare  contrappeso alla vergognosa manifestazione filoisraeliana che ha visto coinvolti i partiti di un arco che va dal PD ai fascisti di Fratelli d’Italia, passando per la Lega e Forza Italia.

La classe lavoratrice italiana e la Palestina

In questo contesto, un fatto notevole è giunto alla ribalta della cronaca ottenendo anche un meritato eco a livello internazionale: i lavoratori del porto di Livorno membri del sindacato USB (Unione Sindacale di Base) si sono rifiutati di imbarcare le merci su una nave carica di armi per Israele diretta verso il porto di Ashdod. I portuali livornesi sono stati allertati del passaggio della nave dai loro colleghi del porto di Genova, appartenenti al CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), che si sono già resi protagonisti sin dallo scorso anno del boicottaggio delle navi cariche di armi dirette in Yemen dove è in corso da sei anni un’aggressione genocida da parte degli USA e dei sauditi. Al punto di essersi meritati le attenzioni della Procura per la loro meritoria attività di solidarietà internazionalista, la quale li sta indagando con accuse pesantissime di associazione a delinquere. [iv] 

Essi sono promotori insieme a ricercatori e pubblicisti dell’associazione THE WEAPON WATCH Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo[v], associazione con sede appunto a Genova. Si tratta di lavoratori sindacalizzati fuoriusciti dalla CGIL per approdare all’USB in un processo di ristrutturazione del sindacalismo operaio combattivo che non trova più spazio nel maggiore sindacato confederale italiano. USB che ha infatti formalizzato la nascita di un nuovo coordinamento nazionale dei portuali l’otto maggio scorso[vi], sempre a Genova, che in onore della tradizione punta a ritornare così al centro del protagonismo operaio in Italia.

All’appello al boicottaggio hanno risposto subito anche i lavoratori del porto di Napoli aderenti al sindacato di base Si Cobas; se la speranza è che questo boicottaggio si allarghi ai maggiori porti italiani, il fatto che tre di essi siano fulcro di lotte con piena coscienza antimperialista lascia ben sperare che le armi sioniste incontreranno una resistenza anche nei centri dell’imperialismo. Se di certo questo non basta a frenare le atrocità che le forze sioniste stanno infliggendo ai palestinesi, si tratta sicuramente di un grande messaggio di solidarietà che può ingolfare la logistica dell’occupazione soprattutto se riuscirà a trovare emuli in altri grandi porti del Mediterraneo.

La rinascita di un movimento di massa dei lavoratori coscienti e combattivi, pertanto, può e deve avere impatto sul fronte internazionale, conformemente alla grande tradizione dell’internazionalismo proletario in sostegno delle lotte sociali e dei popoli oppressi. La Palestina, in tal senso, è ancora la questione centrale del secolo.


[i] https://electronicintifada.net/content/time-its-different/33006

[ii] https://www.facebook.com/1267709209958937/posts/4080019095394587/

[iii] https://www.rfi.fr/fr/moyen-orient/20210517-isra%C3%ABl-gaza-mouvement-de-gr%C3%A8ve-g%C3%A9n%C3%A9rale-in%C3%A9dit-des-arabes-isra%C3%A9liens-et-des-palestiniens

[iv] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/12/navi-cariche-di-armi-a-genova-i-portuali-indagati-dopo-le-proteste-ma-andiamo-avanti-non-rinunciamo-alla-solidarieta-internazionale/6195598/?fbclid=IwAR3–tjQlFMOgl8y0sjM_4MVdK1xBAd2eVwbV8C6wcvibVrA0xIqBfgmGOM ; https://www.dinamopress.it/news/genova-lavoratori-portuali-nel-mirino-della-procura/

[v] https://www.pressenza.com/it/2021/05/weapon-watch-denuncia-limbarco-di-esplosivi-diretti-in-israele-nei-porti-italiani/; https://www.lavocedellelotte.it/2021/05/15/livorno-i-portuali-si-sono-rifiutati-di-caricare-armi-su-una-nave-diretta-in-palestina/

[vi] https://contropiano.org/news/lavoro-conflitto-news/2021/05/09/nasce-a-genova-il-coordinamento-nazionale-usb-porti-0138824

 

 

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