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La pluridecennale distruzione dell’Iraq da parte dell’Occidente

distruzione dell'Iraq

In occasione dell’anniversario dell’inizio dell’aggressione USA all’Iraq, che prese avvio il 20 marzo del 2003, pubblichiamo un articolo di Louis Allday (del quale abbiamo già proposto un testo sulla questione palestinese) di alcuni anni fa, che riteniamo tutt’ora utile poiché inquadra quella vicenda nella pluridecennale devastazione inflitta al paese dagli Stati Uniti a partire dal 1990, tramite bombardamenti pressoché quotidiani e le brutali sanzioni protrattesi per tutti i tredici anni precedenti l’invasione imperialista.


L’Iraq ha subito un attacco praticamente continuo da parte dell’Occidente per un periodo che abbraccia circa tre decenni. Dopo la Prima guerra del Golfo nel 1990 – durante la quale si stima siano stati uccisi tra i 100.000 e i 200.000 iracheni [i] – sino all’invasione del 2003, il paese è stato sottoposto a un brutale programma di sanzioni imposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tali sanzioni economiche e commerciali, imposte innanzitutto su istigazione di Stati Uniti e Gran Bretagna, si sono rivelate a tal punto distruttive, che più di uno dei funzionari dell’ONU incaricati di gestirle si è dimesso in segno di protesta. Nel 1998, Denis Halliday, all’epoca coordinatore umanitario dell’ONU nonché responsabile della supervisione delle sanzioni, rassegnava le proprie dimissioni disgustato, affermando che non poteva più essere complice nel crimine delle “ininterrotte sanzioni genocide” imposte agli “innocenti dell’Iraq” [ii].

Nel 1995, tre anni prima delle dimissioni di Halliday, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura stimava che le sanzioni avevano già causato la morte di oltre 550.000 bambini, dovuta a grave malnutrizione, mancanza di accesso ai farmaci e a un generale declino delle strutture sanitarie del paese [iii]. In seguito, a Madeline Albright, all’epoca ambasciatrice statunitense all’ONU, veniva posto questo interrogativo: “Ci è giunta notizia che mezzo milione di bambini sono morti. Voglio dire, più di quanti ne siano morti a Hiroshima… è valsa la pena pagare un simile prezzo?” La risposta della Albright, visibile a questo link, è agghiacciante. Anziché contestare il dato o tentare di aggirare la domanda, la Albright così replicava senza mezzi termini “pensiamo che il prezzo pagato sia valso la pena”. Al momento delle sue dimissioni, Halliday ha scritto che le sanzioni stavano “distruggendo un’intera società” e costituivano “una politica deliberata, la quale ha effettivamente ucciso ben oltre un milione di individui” [iv]. Il sostituto di Halliday, Hans von Sponeck, si sarebbe anch’egli dimesso dal suo incarico, rimarcando che le sanzioni avevano creato una “vera tragedia umana” [v]. In aggiunta alle centinaia di migliaia di morti, la società irachena era stata decimata; a due anni dall’applicazione delle sanzioni, la disoccupazione era salita a oltre il 50 per cento (l’Iraq precedentemente vantava la piena occupazione), mentre l’inflazione giungeva alle stelle e il reddito individuale raggiungeva un livello tra i più bassi al mondo [vi].

Secondo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’obiettivo del programma di sanzioni consisteva nell’eliminazione delle armi di distruzione di massa dell’Iraq, in realtà è stato utilizzato per bloccare l’importazione di ogni genere di beni vitali in Iraq, incluse le forniture mediche, come vaccini contro la difterite e la febbre gialla per i bambini. Un medico iracheno ha commentato “è come una tortura. Vediamo bambini morire a causa di tumori per i quali, dato l’appropriato trattamento, vi è un buon tasso di guarigione” [vii]. Il giornalista Patrick Cockburn ha assistito alla morte di un bambino, in un ospedale di Baghdad, dovuta semplicemente alla mancanza di bombole di ossigeno [viii]. Scott Ritter, ex ispettore dell’ONU per le armi di distruzione di massa, ha affermato che dal 1998, le infrastrutture irachene per le armi chimiche “sono state completamente smantellate o distrutte dall’UNSCOM (il corpo di ispezione delle Nazioni Unite) o dall’Iraq, in conformità al nostro mandato”, il programma per le armi biologiche “terminato, le sue principali strutture eliminate” e il suo programma di armamento nucleare “completamente eliminato”. Ritter ha così riassunto: “Se dovessi quantificare la minaccia irachena direi [che è] pari a zero” [ix].

Nel 2000, John Pilger, uno dei pochi giornalisti ad aver riferito in dettaglio circa l’impatto delle sanzioni, ha viaggiato in Iraq insieme ad Halliday così da verificare di persona la devastazione. Nel corso della sua visita, Pilger ha parlato con Anupama Rao Singh, Alto Rappresentante dell’UNICEFF in Iraq. La descrizione di quest’ultimo, riguardo a ciò cui aveva assistito durante la sua permanenza nel paese dà un’idea della vastità della distruzione causata dalle sanzioni:

“Il cambiamento avvenuto in 10 anni non ha precedenti, nella mia esperienza. Nel 1989, il tasso di alfabetizzazione era del 95%; e il 93% della popolazione aveva accesso gratuito a moderne strutture sanitarie. I genitori venivano sanzionati se non mandavano i figli a scuola. Il fenomeno dei bambini di strada o costretti a chiedere l’elemosina era sconosciuto. L’Iraq era giunto a una fase nella quale gli indicatori fondamentali di cui ci serviamo per misurare il benessere generale degli esseri umani, compresi i bambini, erano tra i migliori al mondo. Ora si trova nel 20% peggiore. In 10 anni, la mortalità infantile è passata da una delle più basse al mondo, a una delle più alte” [x].

Appare evidente che la definizione delle sanzioni come “genocide” data da Halliday è appropriata.

In aggiunta alle sanzioni, lungo tutto questo periodo, l’Iraq è stato oggetto di raid quasi quotidiani, in quella che è divenuta la più lunga campagna angloamericana di bombardamenti alla Seconda guerra mondiale. Apparentemente, tali incursioni sono state effettuate al fine di far rispettare la no-fly-zone nel nord e nel sud del paese, messa in atto alla fine della Prima guerra del Golfo. Tuttavia, un gran numero di civili iracheni sono rimasti uccisi negli attacchi. Nel 2000, Pilger ha indicato un rapporto del Security Sector dell’ONU, rapporto nel quale si sosteneva che in un periodo di cinque mesi di attacchi aerei, il 41 per cento delle vittime sono stati “civili in obiettivi civili: villaggi, luoghi di pesca, terreni agricoli, e ampie valli senza alberi per il pascolo delle pecore”.

È importante tenere a mente che tutta questa distruzione e morte è avvenuta prima dell’invasione del 2003, un’invasione basata sulla menzogna secondo la quale l’Iraq possedeva ancora armi di distruzione di massa, nonché sulle ripetute – e del tutto false – insinuazioni che il suo governo era in qualche modo collegato agli attacchi dell’undici settembre. Dopo l’invasione, nel corso della quale decine di migliaia di combattenti e civili iracheni sono stati uccisi, le forze armate USA hanno dato inizio all’occupazione del paese. Nel corso di quest’ultima, una nuova ondata di atrocità è stata commessa contro il popolo iracheno. Nell’ormai famigerata prigione di Abu Ghraib, i soldati statunitensi hanno inflitto violenze indicibili ai detenuti iracheni, compresi diffusi abusi sessuali, torture con i cani e lo stupro di giovani prigionieri maschi [xi]. Altri detenuti sono stati forzati a cibarsi di carne di maiale e ad assumere alcol [xii]. Molte di queste scene da incubo sono documentate da prove fotografiche e video [xiii].

Anche il massacro di civili iracheni per mano di soldati statunitensi e stato un evento frequente. In uno degli episodi più infami, la strage di Haditha, un gruppo di marine americani uccideva 24 civili disarmati in una furia protrattasi per ore; una delle vittime era un uomo di 76 anni, amputato e in sedia a rotelle, che teneva in mano una copia del Corano [xiv]. La storia del massacro di Haditha non è stata l’unica: proprio alcuni giorni dopo che esso era stato reso pubblico, le forze USA radunavano, ammanettavano e sparavano a morte a undici civili in una casa di Ishaqi vicino a Balad, una cittadina a 50 miglia a nord di Baghdad. Tra le vittime si contavano numerose donne e bambini, con un’età che andava dai 75 anni di un’anziana donna ai sei mesi di un bambino. Un rapporto dei militari statunitensi ha assolto gli autori da ogni accusa [xv].

Un dossier di documenti dell’esercito degli Stati Uniti pubblicato da WikiLeaks contiene i dettagli di centinaia di incidenti nei quali civili iracheni sono stati uccisi da truppe USA [xvi]. Il dossier, che copre il periodo dal gennaio 2004 al dicembre 2009 (non comprende dunque l’iniziale assalto dell’invasione nel 2003), rivela che altri 15.000 civili iracheni sono stati uccisi in incidenti precedentemente non riportati dagli Stati Uniti. Tra le vittime sono inclusi coloro che sono stati uccisi ai posti di blocco, sulle strade dell’Iraq e durante le incursioni dell’esercito statunitense nelle loro case.

Nel 2004, l’esercito USA conduceva due massicci assedi della città di Falluja, nel corso dei quali faceva ricorso a enormi quantità di munizioni all’uranio impoverito, così come al fosforo bianco. Al di là dell’immediato impatto distruttivo sulla città e le migliaia di iracheni uccisi durante le operazioni militari USA, l’uso di tali munizioni radioattive ha lasciato una terribile eredità. Falluja oggi soffre di tassi estremamente elevati di cancro, difetti congeniti, superiori perfino a quelli sperimentati dalla popolazione di Hiroshima [xvii]. Uno degli autori di uno studio medico intitolato ‘Cancer, Infant Mortality and Birth Sex-Ratio in Fallujah, Iraq 2005–2009’ [xviii] ha affermato che Falluja ha oggi “uno dei più alti tassi di danni genetici in qualsiasi popolazione mai studiata” [xix].

Secondo un rapporto pubblicato sulla rivista medica, The Lancet, già nel 2006, oltre 650.000 iracheni erano stati uccisi a partire dall’invasione del marzo 2003 [xx]. Nonostante questo altissimo numero di morti, e i molteplici orrori cui l’Iraq è stato sottoposto, dei quali i succitati sono solo degli esempi, la potente e profondamente radicata convinzione per cui “noi” siamo i “buoni” permane nella maggioranza dell’opinione pubblica occidentale. Persino quando viene criticata, l’invasione del 2003 viene spesso definita “un errore”, o meglio, “un errore di calcolo”, anziché il selvaggio crimine di guerra che ha rappresentato. Come ha osservato Harold Pinter nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel del 2005/:

L’invasione dell’Iraq è stata un atto di banditismo, un flagrante atto di terrorismo di stato, frutto di un assoluto disprezzo per il concetto di diritto internazionale. L’invasione è stata un’azione militare ispirata da una serie di menzogne su menzogne, nonché grossolane manipolazioni dei media e quindi dell’opinione pubblica; un atto finalizzato a consolidare il controllo militare americano del Medio Oriente, mascherato – come ultima risorsa – essendo fallite tutte le altre giustificazioni – da liberazione. Una formidabile asserzione di forza militare responsabile della morte di migliaia e migliaia di persone innocenti. Abbiamo portato tortura, bombe a grappolo, uranio impoverito, innumerevoli atti di omicidio indiscriminato, miseria, degrado e morte al popolo iracheno, chiamando tutto ciò ‘portare libertà e democrazia al Medio Oriente’.

Come accennato da Pinter nel passaggio sopracitato, è importante ricordare che la guerra all’Iraq può essere considerata un fallimento soltanto se si fraintende la natura dell’imperialismo USA. L’invasione ha causato la distruzione di uno stato influente regionalmente e che aveva mantenuto un’economia in gran parte di proprietà dello stato. A seguito dell’invasione dell’Iraq, il suo esercito è stato smantellato, la sua economia privatizzata, la moneta utilizzata per i pagamenti del suo petrolio commutata dall’Euro al Dollaro (l’Iraq era passato all’Euro nel 2000, con grande disappunto degli Stati Uniti) [xxi], le sue leggi in materia di lavoro riscritte e numerosi contratti nei settori petrolifero e della ricostruzione assegnati a compagnie occidentali. Dopo l’invasione, l’Iraq è oggi uno stato debole e frammentato, impantanato nelle proprie divisioni interne per esercitare la propria potenza regionalmente, o anche solo resistere alla privatizzazione in blocco della propria economia a beneficio degli interessi capitalistici globali. L’invasione ha avuto il vantaggio aggiuntivo di giustificare un enorme incremento del budget militare statunitense, oltre a servire come spettacolare dimostrazione della potenza USA e dunque da avvertimento nei confronti di altri stati. I critici che parlano di “insufficiente pianificazione” occultano il fatto che l’invasione non è stata una missione mal concepita, e ciò nonostante benevola, finalizzata a installare la democrazia, bensì l’intenzionale annientamento di uno stato ritenuto nemico. Un destino analogo è toccato recentemente alla Libia, la quale, a partire dall’intervento della NATO del 2011, è stata trasformata dal più sviluppato dei paesi in Africa, praticamente sotto ogni aspetto dell’Indice di sviluppo umano dell’ONU, in uno stato fallito privo di governo centrale.

Il genocidio inflitto all’Iraq prima del 2003 è oggi largamente ignorato, o del tutto dimenticato dai media e dalla coscienza dell’opinione pubblica occidentale. A dispetto delle prove schiaccianti secondo le quali l’Occidente ha commesso crimini di guerra su vasta scala, permane una riluttanza intrinseca, o un’incapacità, a vedere la violenza perpetrata da forze che identifichiamo quali “nostre” come comparabile a quella dell’ISIS e di altri gruppi terroristici (la colpevolezza diretta dell’Occidente nell’ascesa di tali gruppi, una continuazione del suo attacco allo stato iracheno, è argomento per un altro articolo). Purtroppo, fino a quando avremo dei media totalmente asserviti al potere, intenti a rigurgitare meramente la narrazione dell’establishment in modo acritico, è assai probabile che questa radicata illusione circa la benevolenza occidentale, o nel migliore dei casi, presunta incompetenza, rimarrà saldamente al suo posto.


[i] http://www.bloomberg.com/…/toting-the-casualties-of-war

[ii] http://gandhifoundation.org/…/2003-peace-award-denis…/

[iii] http://www.nytimes.com/…/iraq-sanctions-kill-children…

[iv] http://www.theguardian.com/…/2000/mar/04/weekend7.weekend9

[v] http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/642189.stm

[vi] http://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/13642989908406841

[vii] http://www.theguardian.com/…/2000/mar/04/weekend7.weekend9

[viii] https://twitter.com/Louis_Allday/status/671290273922707456

[ix] http://www.theguardian.com/…/2000/mar/04/weekend7.weekend9

[x] http://www.theguardian.com/…/2000/mar/04/weekend7.weekend9

[xi] http://www.telegraph.co.uk/…/Abu-Ghraib-abuse-photos…

[xii] http://www.theguardian.com/world/2004/may/22/iraq.usa1

[xiii] http://www.washingtonpost.com/…/A43785-2004May20.html

[xiv] http://www.counterpunch.org/2012/01/31/the-haditha-massacre/

[xv] https://www.wsws.org/en/articles/2006/06/iraq-j03.html

[xvi] http://www.wsws.org/en/articles/2010/10/wiki-o25.html

[xvii] http://www.independent.co.uk/…/toxic-legacy-of-us…

[xviii] http://www.mdpi.com/1660-4601/7/7/2828

[xix] http://www.aljazeera.com/…/03/2013315171951838638.html

[xx] http://web.mit.edu/CIS/pdf/Human_Cost_of_War.pdf

[xxi] https://www.theguardian.com/busi…/2003/feb/16/iraq.theeuro


Articolo originale: https://louisallday.wordpress.com/…/the-wests-decades…/

 

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