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La guerra in Etiopia, come si è arrivati a oggi?

guerra Etiopia

Come a rappresentare oramai un presagio funesto o una ricompensa per l’esatto contrario, il Premio Nobel per la Pace 2019 assegnato al Primo ministro etiope Abiy Ahmed segue quel triste leitmotiv che lo ha visto conferito a personaggi o enti internazionali di dubbia indole pacifista. Puntuale è arrivata infatti la guerra – in questo caso civile – a due anni dalla laurea come Premio Nobel di Abiy “per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale”. Per il Comitato per il Nobel norvegese hanno pesato l’impegno di Abiy a risolvere il lungo conflitto che da decenni ha visto l’Etiopia post-socialista impegnata con la vicina Eritrea, ma anche il tentativo interno di democratizzare e omogeneizzare politica e società etiopi, dominate dal vecchio Fronte Popolare Rivoluzionario che ha portato al rovesciamento del Derg, la precedente giunta militare comunista capeggiata da Menghistu.

Per cercare di comprendere la questione etiope e in particolare l’attuale guerra civile che vede impegnato il governo di Addis Abeba e gli insorgenti del Tigrai bisogna, doverosamente, compiere più d’un passo indietro.

Il contesto etno-politico

La fu colonia dell’Impero italiano è ininterrottamente governata dal 1991 dagli eredi politici del Governo transitorio etiope (GTE), composto quasi interamente dalle forze del Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (FDRPE), una coalizione di vari gruppi etnici di guerriglia guidata dal Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino, avanguardia etno-politica nella lotta contro la Repubblica democratica popolare etiope di Menghistu Haile Mariam.  Sin dai primi documenti politici del luglio 1991, il Governo provvisorio si pose come obiettivo la decentralizzazione amministrativa e fiscale verso le regioni e gli enti locali di lì a poco riabilitati e ristrutturati, allo scopo di ridurre i conflitti etnici e di cementare l’unità etnica dell’Etiopia. Fu proprio sotto concessione del Comitato costituzionale che i leader del Governo transitorio etiope permisero agli alleati del Fronte di Liberazione del popolo etiope di indire, sotto supervisione della missione ONU-UNOVER, il referendum per l’indipendenza dell’Eritrea.

A parte il caso eritreo, giustificato, a detta del GTE, da una “storia di esistenza separata” (Cohen, 1995:159), il Governo transitorio non concesse agli altri popoli che componevano la Repubblica democratica popolare etiope la stessa autodeterminazione, venendo loro incontro soltanto attraverso il Proclama 7/1992, che ridisegnò i confini delle regioni amministrative (kilil) delle sotto-province (awraja) e dei distretti (woreda) allo scopo di favorire la nascita di un sistema etno-federale. In base al Proclama 7/1992 prima e alla Costituzione del 1995 poi, ogni kilil (pl. kililoch) sarebbe stato espressione delle “Nazioni d’Etiopia” all’interno di una Federazione di Stati – i kililoch, appunto – che hanno riconosciuti gli stessi diritti e condividono lo stesso potere sovrano (Art. 8(1), Cost. Etiopia 1994). Ciò che però rende del tutto particolare lo Stato etiope etno-federalista è stato il riconoscimento del diritto alla secessione (Art. 39(1), Cost. Etiopia 1995) a ogni “Nazione, Nazionalità e Popolo d’Etiopia”. Gli oppositori a questo modello hanno paventato il timore che la clausola di secessione avrebbe ben presto riacceso la fiamma dei conflitti etnici e della disgregazione statuale del Paese (Ottaway, 1994), composto da una moltitudine di gruppi etnici, culturali, linguistici e dominato in particolar modo da quelli che hanno costituito il FDRPE (Oromo, Amhara, Tigrini, Popoli del Sud). Si temeva, in particolare, che l’Etiopia post-socialista seguisse “le sorte dell’Unione sovietica e della Yugoslavia” (Gashaw, 1993, p. 138-157).

L’esperimento etiope del federalismo multietnico – un federalismo che, da una prospettiva comparatistica, assomiglia più a un confederalismo attorno a uno Stato centrale, mentre dal punto di vista politico-ideologico è apparso come una “adozione in blocco della teoria staliniana della questione nazionale come approccio al problema della diversità etnica dell’Etiopia” (Clapham, 2006, p. 148) – si è posizionato in controtendenza rispetto ai processi decoloniali africani degli anni Sessanta, dove spesso gli “stati Africani hanno seguito il modello dello Stato-nazione”, in ripudio del “tribalismo” e dell’”etnicismo”, concetti associati con l’arretratezza (Habtu, 2005). Sugellato dalla Costituzione del 1995 – un “nuovo muro fatto di vecchi mattoni importati” (Mattei, 1995) – lo Stato etiope sembrava aver perso tutte quelle garanzie unitarie delle ere precedenti (il ruolo del Negus, l’afflato unitario marxista, il pugno di ferro del potere militare), ponendosi sulla strada delle tradizioni legali occidentali e posizionando, almeno sulla carta, la politica sotto la legge e i particolarismi locali sopra l’unità dello Stato. L’attuale ordine costituito, anche in periodi di relativa calma interna e di stabilità nella gestione del potere da parte del FDRPE, venne visto come “gravemente manchevole di legittimità”, come il “risultato di un processo costituzionale non inclusivo e dalla conseguenze mancanza di integrità e legittimazione del suo sistema costituzionale” (Hessebon, 2013).

Il vero punto di svolta nel sistema etno-politico etiope, dominato per quasi 30 anni dal FDRPE e dagli uomini legati al leader tigrino e primo Presidente dell’Etiopia federale, Meles Zenawi, si è avuto con le dimissioni del Primo ministro welayta Hailemariam Desalegn, che succedette proprio a Zenawi alla morte di quest’ultimo, nell’agosto del 2012. Le dimissioni di Desalegn non giunsero inaspettate: crescenti tensioni nei gruppi etnici di maggioranza – gli Oromo e gli Ahmara, che assieme costituiscono il 60% della popolazione etiope – erano state represse negli anni col ricorso a incarcerazioni preventive o sommarie che nulla avevano sortito se non l’acuirsi dell’odio inter-etnico e lo scoppio di nuovi e più diffusi conflitti, come quello sul confine fra l’Oromia e quella Somalia etiope (Sironi, 2017).

L’uomo della provvidenza chiamato a ristabilire l’ordine è stato proprio il presidente della branca oromo del FDRPE, Abiy Ahmed Ali, eletto il 2 Aprile 2018 Primo ministro dalla Camera dei rappresentanti. L’ambizioso programma di Abiy Ahmed (45 anni) si basa sul tentativo di favorire da un lato l’imponente crescita economica del Paese più grande del Corno d’Africa attraverso un vasto programma di liberalizzazioni e dall’altro riorganizzare centralisticamente la politica e la società etiopi, in parte abbandonando il modello etno-federalista. Il panorama politico etiope, fragilmente retto dal monopartitismo del FDRPE e dall’avanguardia dei leader di etnia tigrina, è stato sottoposto a una shock therapy: la chiusura dei centri di detenzione per gli oppositori politici (Fick, 2018), l’amnistia concessa dal Parlamento ai gruppi terroristici (in particolare quelli Oromo, come il Ginbot 7 o il Fronte di Liberazione Oromo), la nomina in posizioni di governo di uomini e donne dell’opposizione e della società civile e l’allentamento dei meccanismi di censura nei woreda più caldi se da un lato hanno avuto l’effetto di stabilizzare il sistema politico attorno alla figura del Primo ministro e di galvanizzare l’opinione pubblica interna e internazionale circa la volontà di democratizzare l’Etiopia, dall’altro hanno riacceso tensioni e violenze nelle aree di confine fra regioni o nelle regioni stesse (Faleg, 2019, p. 4). 

Ciononostante, il Primo ministro ha premuto l’acceleratore delle riforme politiche ed economiche. Il simbolo del nuovo afflato centralista è stata la creazione del Partito della Prosperità, frutto della fusione a freddo dei partiti etnici che componevano il FDRPE, a eccezione proprio di quello della minoranza tigrina, il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT), che, nonostante la posizione di netta minoranza demografica, ha sempre avuto il controllo degli apparati statali e militari, a eredità del ruolo di assoluta primazia avuto nella guerra civile contro l’Etiopia di Menghistu. 

La situazione economica

Per quanto riguarda invece l’economia etiope, vanno ancora forniti alcuni dati orientativi. Nonostante la lotta condotta contro una forma di governo contraddittoriamente ascrivibile al campo del socialismo reale, la politica del FDRPE non può dirsi distante da alcuni elementi che caratterizzano gli esperimenti socialisti di mercato in giro per il mondo.

A livello costituzionale, lo Stato etiope etno-federalista bandisce ogni forma di lavoro forzato o obbligatorio (Art. 18(3), Cost. 1994). La Costituzione del 1994 pone inoltre specifici obblighi in capo allo Stato circa “la formulazione di politiche economiche, sociali e di sviluppo” per garantire ed espandere le opportunità di lavoro, i servizi sociali, sanitari, educazionali (Art. 41, Cost. 1994). L’attuazione di questi obblighi viene realizzata attraverso una economia parzialmente pianificata, con la realizzazione da parte delle autorità governative di piani quinquennali e decennali di crescita a medio e lungo periodo. Le direttrici del Piano decennale (2021-2030) di prospettiva di sviluppo “Etiopia 2030: il Sentiero verso la Prosperità” sono principalmente il mantenimento di un’alta crescita economica di qualità, la partecipazione e la coordinazione dei settori strategici dell’economia al processo di pianificazione, la risoluzione delle “strettoie” istituzionali, una accentuata enfasi sulla costruzione, lo sviluppo e l’imprenditoria.

Circa il regime proprietario dei fattori produttivi, va evidenziato l’importanza che, in una economia ancora prevalentemente agricola, riveste l’art. 40 della Costituzione del 1994, il quale sancisce che il “diritto alla proprietà della terra rurale e urbana, così come quello di tutte le risorse naturali, è esclusivamente attribuito allo Stato e al popolo etiope” e che “la terra [è] una proprietà comune di tutte le Nazioni, Nazionalità e popoli d’Etiopia e non deve essere oggetto di vendita o di altri mezzi di scambio” (Art. 40(3), Cost. Etiopia 1994). L’unica forma  di diritto reale possibile per i privati è quella ascrivibile al possesso o all’uso, dato che la Costituzione stessa riconosce ai “contadini etiopi il diritto di ottenere la terra senza pagamento e la garanzia per evizione dal suo possesso” (Art. 40(4) Cost. Etiopia 1994). Sono invece del tutto garantiti proprietà e diritti superficiari dall’art. 40, comma 7 (diritto all’alienazione, all’eredità, alla rimozione della proprietà superficiaria alla scadenza del diritto d’uso, al trasferimento del titolo, al risarcimento). Sono i governi dei vari kilil che hanno riconosciuto dal Governo centrale il potere-dovere di emanare leggi sull’utilizzo e la conservazione della terra e delle altre risorse naturali (cfr. artt. 51-52 Cost. Etiopia 1994, l. 89/1997). La legge definisce i diritti d’uso dei contadini come “il diritto di ogni contadino a usare la terra rurale per scopi di coltivazione così come [il diritto] ad affittare e, mentre il diritto rimane in effetto, a ereditare [il diritto d’uso] ai membri della sua famiglia; e include il diritto di acquistare la proprietà su di essa, con il suo lavoro o il capitale, e di vendere, scambiare o lasciare in eredità la stessa” (art. 2, comma 3, l. 89/1997). Tale politica fondiaria ha reso l’Etiopia “uno dei pochi paesi in Africa che non ha attuato significativi cambiamenti alla sua politica fondiaria di base dall’ultima radicale riforma del 1975” (Nega, Adenew, & Sellasie, 2003), quella avutasi sotto il Derg. La legge, da ultimo, permette l’esproprio e la redistribuzione in caso di terra inoccupata o abbandonata, di terra priva di eredi, di gestione impropria del diritto d’uso alla terra (Leta, Berlie, & Ferede, 2021). Tanto sotto il FDRPE che sotto il neonato Partito della Prosperità, la politica fondiaria rimane in ogni caso legata, almeno idealmente, ai principi marxisti di redistribuzione della terra.

Il settore pubblico, andato incontro a un periodo di privatizzazioni fra il 1991 e il 2004, costituisce ancora il nocciolo duro dell’economia etiope, controllando completamente settori essenziali come la produzione e la distribuzione di energia, le telecomunicazioni, i trasporti e la logistica, ed essendo presente nelle infrastrutture, nel settore ferroviario, nell’industria, nel settore alberghiero, nella produzione di zucchero e in altre industrie manifatturiere (Meheret, 2015). È proprio sotto il governo di Abiy Ahmed Ali che il governo etiope avrebbe – o avrebbe dovuto – avviare la “terza ondata di privatizzazioni” delle grandi State-owned enterprises (Xinhua, 2018), in una economia, quella etiope, “direttamente o indirettamente” controllata dal Partito-Stato (International Monetary Fund (IMF), 2011).

Similmente a quanto accade nella Repubblica popolare cinese con la Foreign Investment Law e il sistema delle negative and encouraged list, anche la regolamentazione etiope sugli investimenti esteri – basata sul Proclama 769/2012 e sul Regolamento C.d.M. 270/2012 (Aree di investimento incentivato e aree riservate agli investitori domestici) – categorizza l’investimento in quattro aree: quelle riservate esclusivamente al governo; quelle riservate esclusivamente all’investimento congiunto con il governo; quelle riservate esclusivamente all’investimento di investitori nazionali etiopi; e quelle aperte agli investitori stranieri. Le aree di maggiore o totale controllo da parte del governo sono il settore bancario, assicurativo, postale, quello delle telecomunicazioni – sebbene recentemente liberalizzato dal governo Abyi – e dei servizi di trasmissione, l’import-export e altri settori di piccola e media grandezza. Nel settore della logistica è concessa la creazione di joint-venture ove la capitalizzazione sia almeno per il 51% di proprietà etiope (Shiferaw, 2019).

I principali investitori esteri in Etiopia sono Stati Uniti d’America, Cina, Arabia Saudita, Turchia, India. Nell’ambito dell’Iniziativa “Prosper Africa” (2019) gli Stati Uniti intendono investire entro il 2022 circa 5 miliardi di dollari in aziende recentemente privatizzate. All’ultimo summit del Forum sulla cooperazione sino-africana, la Repubblica popolare cinese ha annunciato un investimento pari a 4,5 miliardi di dollari nella ferrovia Addis Abeba-Gibuti. Nonostante questi piani, gli investimenti esteri diretti (FDI) sono diminuiti del 9% nel 2019 a causa della instabilità nel Corno d’Africa: dei 7,8 miliardi mancanti, 2,5 sono venuti meno proprio in Etiopia (-24%), la quale rappresenta comunque il maggior Paese d’investimento nell’Africa orientale, con la Repubblica popolare cinese quale primo Paese investitore col 60% dei FDI (UNCTAD, 2020, p. 72). Ci si aspetta che la pandemia di COVID-19 contrarrà ulteriormente gli investimenti esteri in Etiopia e nel resto della regione orientale dell’Africa. Dal canto suo l’Italia, che è rapidamente diventata il sesto più grande investitore nel continente africano (28 miliardi di dollari nel 2018) (Cessac, 2019), ha come settori d’investimento trainanti quello dell’energia, del cemento, dell’agricoltura. L’entusiastica visita dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al suo omologo etiope Abiy, di cui Conte ha tessuto le lodi quale riformatore e stabilizzatore dell’intera regione, è risultata in accordi dal valore di circa 22 milioni di euro (Meseret, 2018). Ma gli interessi italiani si fondono con quelli cinesi e convergono con quelli del governo etiope nel faraonico progetto della Diga del Rinascimento Etiope: quasi 5 miliardi totali d’investimenti (3 etiopi, 1,8 di aziende statali cinesi) e un colossale appalto per la costruzione affidato a Salini Impregilo (oggi Webuild), già in precedenza all’opera nell’ex gioiello dell’Africa Orientale Italiana nella costruzione delle dighe Gilgel Gibe II, Gilgel Gibe III e Tana Beles (The Submarine, 2021). 

Nonostante una poderosa crescita economica (la più alta di tutta l’Africa secondo le stime della World Bank), l’economia etiope continua a presentare evidenti criticità: il settore agricolo al 2013 rappresenta poco meno dei tre quarti della forza lavoro impiegata; il tasso di disoccupazione nelle città raggiunge al 2018 il 19.1% – contro il 2% di quello rurale – mentre la disoccupazione giovanile tocca più di un quarto della popolazione, colpendo particolarmente le giovani donne (30.9% contro 18.6%). L’impressionante aumento del PIL, passato dai 32,44 miliardi di dollari del 2009 ai 95,91 del 2019, e una considerevole (e diseguale) riduzione della povertà assoluta (World Bank, 2020) non sono bastati a liberare l’87% della popolazione dalla “povertà multidimensionale” (insicurezza alimentare, accesso insufficiente all’istruzione, sanità e opportunità lavorative), spesso causa di rivolte nelle regioni maggiormente colpite (Araf, Oromia, Somalia etiope) (Joergensen & Omano, 2020, p. 4). 

Il conflitto fra Stato centrale (in via di omogeneizzazione) e la resistenza tigrina

La scommessa riformista di Abiy, centralista e nazionalista da un lato, liberomercatista dall’altro, si è risolta nel worst-case scenario ipotizzabile dagli analisti: la fusione degli etno-partiti che componevano il FDRPE in un unico partito nazionalista etiope, la salita al potere di gruppi etnici riconducibili agli oromo e agli amhara, la conseguente marginalizzazione del gruppo dirigente tigrino, unite a uno sperato e sospirato “big bang” approach – come è stato definito dall’Italian Trade Agency (Italian Trade Agency (ITA), 2021)  – all’economia e al modello etno-federalista, hanno fatto sì che il partito di governo del Tigrai, una volta egemone in tutta la Repubblica Democratica Federale, decidesse di prendere le armi. 

Il leader tigrino Debretsion Gebremichael, ingegnere elettronico formatosi per ordine del Fronte per la liberazione del popolo tigrino (FLPT) anche nell’Italia degli anni Settanta, dichiarava già a giugno dello scorso anno che il governo federale etiope stesse da un lato “minacciando guerra” al kilil dei Tigrini, e dall’altro violando, con la scusa della pandemia, i principi costituzionali che imporrebbero una elezione ogni cinque anni (Ezega News, 2020). L’accusa che il governo centrale, coadiuvato anche dall’ex segretario di stato americano Pompeo, rivolge invece al governo tigrino è di ospitare e nascondere Getachew Assefa, ex capospia di etnia tigrè sotto il regime del FDRPE, assieme ad altri 25 operativi, tutti accusati di violazioni dei diritti umani da Addis Abeba (Shaban, 2019).

La guerra, nel frattempo, si stava preparando ai confini della regione tigrina: un vertice che sanciva la ritrovata intesa tra i governi di Addis Abeba, Asmara e Mogadiscio segnava per il governo tigrino l’addio di un prezioso alleato, l’Eritrea, vicino sin dai tempi della guerra civile del 1991 (Fana (FBC), 2021). 

Le elezioni del 9 settembre nel kilil del Tigrai, già bollate come incostituzionale dalla Camera delle Federazioni della Repubblica etiope (Paravicini, 2020), hanno rappresentato il casus belli che ha dato il via alle ostilità fra Addis Abeba e il FLPT: a fronte del mandato plebiscitario ricevuto da Debretsion, l’Etiopia cominciava ad ammassare forze nella regione Ahmara, mentre emetteva ai Paesi confinanti (in particolare il Sudan) la richiesta di non permettere alcuna infiltrazione verso le forze di combattenti del Tigrai (Tronvoll, 2021). Come da previsione del governo etiope, il 4 novembre 2020 l’offensiva è stata preventivamente lanciata proprio dal governo tigrino contro il Comando del nord dell’esercito federale nel Tigrai. Secondo Sekuture Getachew, alto ufficiale delle FLPT, è stata utilizzata una “strategia simile” a quella usata da “Israele [che] compie attacchi a sorpresa contro quelle forze e smobilizza le truppe del nemico per difendersi con successo” (Fikremariam, 2020).

La dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo federale (art. 51, n. 16, art. 93 Cost. etiopia 1995), esteso nei mesi antecedenti lo scoppio della guerra a tutto il territorio a causa della pandemia (GardaWorld, 2020) e poi ristrettosi alla regione del Tigrai (Al Jazeera, 2020), viene adesso impiegato dallo stesso Primo ministro etiope-oromo Abiy Ahmed per piegare le rivolte etniche che pullulano in  tutta la federazione, ivi comprese le zone popolate dalle etnie dominanti, oromo e arhama (Al Jazeera, 2021).

Nell’immediato, la risposta, prevalentemente aerea, delle Forze di difesa nazionali etiopi si sono unite a episodi di odio etnico delle minoranze del Tigrai verso l’etnia dominante, in particolare nella città di Dansha. Nella sola prima settimana di guerra, i report di organizzazioni non governative e di agenzie nazionali e internazionali segnalano episodi di pulizia etnica a Mai Kadra, Humera, Adi Hageray, Zalambessa, Bisober.

L’offensiva etiope verso Macallè, capitale del Tigrai, iniziata il 17 novembre e conclusasi undici giorni dopo, è stata condotta dalle forze congiunte etiopi ed eritree sia dal cielo che via terra, con l’accerchiamento partito prevalentemente dal confine fra Eritrea e Tigrai e che ha visto la rapida conquista di Axum, Shire, Selekhlekha, Adua, Negesh. L’entrata a Macallè, salutata da Abiy Ahmed come la fine della rivolta tigrina (Reuters, 2020), ha avuto l’effetto di riportare il Fronte di liberazione tigrino alla guerriglia, già sperimentata dal Fronte nella guerra contro il Derg.

La mediazione tentata dal Primo ministro del Sudan Hamdok fallisce miseramente. Anzi, in un 15 dicembre di sangue, l’esercito etiope conduce un attacco militare proprio contro le forze sudanesi stanziate a Jebel al-Teyyour, a 7 km dal confine con l’Etiopia (Abdelaziz, Mirghani, & Eltahir, 2020). Non è però il solo crimine di cui si macchiano le forze etiopi: ad Axum, presso la Chiesa di Nostra Signora di Sion, famosa per essere il luogo secondo cui sarebbe conservata l’Arca dell’Alleanza, la Europe External Programme with Africa, una ONG belga, riporta che circa 750 sarebbero stati massacrati nella piazza antistante la chiesa (EEPA, 2021). La guerra civile, che da dicembre fino a metà febbraio si risolve in un susseguirsi di crimini perpetrati dalle forze etiopi ed eritree a danno di civili e rifugiati, vede il FLPT costretto a tentare la pace (Eritrea Hub, 2021). Le violenze non si placano, in quella che il leader tigrino Debretsion ha definito espressamente come “atti di genocidio” (Arvanitidis, Elbagir, & Mackintosh, 2021).

La guerra, data per vinta da Abiy Ahmed già a novembre, ha un punto di svolta a metà giugno, allorquando, al termine di una intensa attività di guerriglia tigrina che ha visto le forze governative ritirarsi da Yechila, pochi chilometri più a nord di Macallè, si è avuta proprio la riconquista della capitale del Tigrai (Feleke, Roth, Sgueglia, Cotovio, & Elbagir, 2021). Da fine giugno in poi la guerra sembra volgere a favore dei tigrini, che stanno avanzando nella regione dell’Ahmara verso Gondar: se da un lato sembra confermato ormai il controllo tigrino su Addi Arkay e Debarq nel nord dell’Ahmara e la penetrazione fino a Weldiya nel sud, alcuni report si spingono addirittura oltre, descrivendo la presa dell’autostrada A3 che collega Lalibela a Bahir Dar, tagliando di fatto in due l’Ahmara (@RegulaeMea, 2021).

Conclusioni

Com’è chiaro da uno scenario in costante evoluzione, è impossibile fare pronostici su come e quando la guerra – sempre meno civile e sempre più regionale – fra Etiopia e Fronte popolare tigrino finirà. Le difficoltà nel ricevere informazioni, acuite dalla pandemia e dai frequenti blocchi nelle telecomunicazioni, non fanno che complicare ulteriormente un quadro già di per sé difficile da delimitare, fra una molteplicità di etnie, popoli, lingue, religioni e aree geografiche spesso, erroneamente e sommariamente, ricondotte a unità. Singolare è invece il silenzio che in Italia aleggia sopra un conflitto così decisivo per le sorti di una regione, quella del Corno d’Africa, dove gli interessi del grande capitale italiano sono presenti sin da quando quell’Italia fascista e colonialista, piena di “brava gente”, ha posto il suo scarpone insanguinato sull’Etiopia, come ampiamente documentato negli studi del compianto prof. Angelo Del Boca. Per la stabilizzazione dell’Etiopia passano oltretutto non soltanto gli investimenti di breve-medio periodo di un’Italia sempre più impegnata nel continente africano, ma uno degli snodi del commercio globale, quello che dallo stretto di Gibuti conduce al Mar Rosso e a Suez. L’incapacità dell’informazione italiana, salvo nel caso di qualche rivista o sito specialistico, di dare anche solo un sommario sguardo d’insieme a un Paese spesso evocato soltanto dalle destre con fare paternalistico e nostalgico, rende l’opinione pubblica miope verso una Etiopia che a tutti gli effetti si sta proiettando quale gigante demografico e strategico nella catena di circolazione del capitale in Africa.


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