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Il liberismo: dottrina fondamentale del capitalismo

Liberismo e capitalismo

di Alberto Ferretti

Ciclicamente l’agenda liberista si riprone con più o meno vigore nel discorso pubblico delle società moderne. Presente sempre sottotraccia anche nei momenti di minore fortuna della storia del capitalismo, essa è oggi senza dubbio divenuta tendenza prevalente all’interno dello spettro politico-economico borghese, in concorrenza col protezionismo pronato dagli strati piccolo-borghesi legati al capitale industrial-nazionale contro le tendenze più cosmopolite del capitale acquisite, appunto, al liberismo. Predominante, esso ha comunque definitivamente rimpiazzato l’egemonia socialdemocratica che per lungo tempo ha costituito l’alleanza politica dell’epoca imperialista. 

In seguito infatti alla crisi e poi alla caduta del socialismo in Europa dell’Est, dei grandi sconvoglimenti nei rapporti di forze tra le classi al livello internazionale sono intervenuti, tanto radicali da rimettere in questione l’assetto politico dominante del mondo occidentale. Una sorta di restaurazione si è imposta in Europa, che ha investito tutti i campi della vita sociale e politica. Dalle privatizzazioni che hanno preso il largo a partire dai primi anni novanta, alla progressiva distruzione del codice del lavoro, allo smantellamento dello stato sociale, a cui si accompagnava un devastante consenso ideologico intorno alla criminalizzazione del comunismo, delle conquiste operaie e dei Paesi non allineati agli interessi imperialisti.

Oltre alle conseguenze economiche depressive negli strati sociali popolari e subalterni, il risultato di questo processo di liquidazione di un’epoca storica in tutti i suoi aspetti, è che si sono imposte nel discorso pubblico come egemoniche e non criticabili – se non a rischio di farsi definire come “populisti”, “vecchi”, “totalitari” – delle idee che rinviano alla supremazia dell’economia, intesa come economia al servizio delle imprese e dei capitali, su tutto il resto. I temi che si sono dunque imposti all’attenzione generale, o meglio che gli apparati culturali dominanti hanno imposto alla coscienza comune, e che di conseguenza caratterizzano questa epoca sono: “la libertà delle imprese”, il “libero scambio”, lo “Stato minimo”, la “circolazione dei capitali”, la “libertà dell’individuo”, la “società civile” separata dallo Stato.

Eppure, profonde sono le contraddizioni e le incongruenze della retorica liberista in relazione alla sua base economica e agli interessi generali della classe borghese e capitalista. In particolare tra il discorso liberista sullo Stato, e la prassi liberista incardinata nel ruolo dello Stato.

STATO E MERCATO

Già Gramsci, parlando del liberismo come programma politico, ne coglieva le contraddizioni e gli errori:

“L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè mutare la distribuzione del reddito nazionale”

Questo aspetto che Gramsci analizza nel “Moderno Principe” da cui è tratta la citazione, si attaglia perfettamente all’oggi. In quanto programma cosciente adottato della classi dominante in un determinato periodo storico, il liberismo sempre implicito nei rapporti economici delle società capitalistiche, si è evoluto negli ultimi tre decenni in seguito al processo di restaurazione sopra accennato, si è emancipato dalla fase di semi-isolamento nella sfera economica in cui l’aveva confinato l’alleanza politica social-democratica incaricata di gestire il sistema capitalistico prendendo in conto le rivendicazioni operaie, per diventare l’istanza di direzione politica e morale (quindi culturale e mediatica) nella società civile e nello Stato.

Nell’epoca del capitalismo mondializzato a supremazia imperialista che caratterizza la fase in corso, il (neo)liberismo ha promosso una critica feroce quanto mistificatoria dello Stato. Esso ha dapprima identificato nella società civile una purezza economica originaria derivante dall’imprenditorialità dell’individuo, isolando questo aspetto dall’azione politica incarnata dallo Stato. Parallelamente, ha avvolto nella nebbia il ruolo del potere collettivo dei capitalisti espresso dallo Stato di classe, potere che in realtà conta sullo Stato per attuare il programma di ridistribuzione del reddito dal basso verso l’alto, e dell’estrazione di surplus dalle nazioni periferiche sfruttate ai centri imperialisti dominanti.

Mentre la retorica liberista demonizza “lo Stato” – inteso come entità astratta e indipendente dalle classi sociali – in quanto ostacolo allo sviluppo “naturale” delle forze creative e produttive, mai abbiamo assistito in realtà a un ruolo così decisivo dello Stato nei centri imperialisti, nei confronti dei due grandi antagonisti della classe dominante: l’insieme delle classi lavoratrici subalterne, per cui lo Stato ha rappresentato una “protezione” fin quando la classe organizzata riusciva a far sentire la propria presenza e imporre i propri temi all’attenzione generale; e i popoli delle nazioni periferiche, la cui distruzione è un obiettivo perseguito scientemente con violenza dall’apparato bellico imperialista che progetta lo smembramento (balcanizzazione) dello Stato-nazione nelle aree strategiche, ma non applica tale principio ai propri Stati chiamati al contrario a rafforzarsi per dirigere la mondializzazione.

Qui veniamo al nocciolo del rapporto tra liberismo e Stato, all’articolazione di questa contraddizione di amore e odio tra due nozioni apparentemente antagonistiche, ma che in realtà si ricongiungono se si va al di là della falsa rappresentazione liberista della società. Ciò è tanto più d’attualità quanto più il momento finanziario del capitalismo dei monopoli sviluppatosi negli ultimi decenni ha accentuato la grande divergenza tra teoria e pratica del ruolo dello Stato in ambito capitalista-imperialista.

REGOLAMENTAZIONE MONOPOLISTICA

Il capitalismo dei monopoli generalizzati – ossia secondo la definizione di Samir Amin, il capitalismo dei monopoli che riconducono tutta la vita economica nell’ambito dei loro rapporti e del loro controllo sia direttamente, acquisendo ogni tipo di attività, sia indirettamente, cioè sottomettendo ogni attività di ogni settore allo stato subordinato di terzista – rappresenta una sfida per lo Stato come luogo classico in cui i capitalisti prendono le loro decisioni. Questi monopoli generalizzati sono infatti mondializzati, ossia transnazionali nell’organizzazione della divisione del lavoro su scala globale.

La loro finanziarizzazione, momento necessario allo sviluppo dell’economia capitalistica, fornisce ai capitali il solo sbocco possibile in un contesto di capacità produttive eccedenti, l’unico stimolo per una crescita in grado di garantire la riproduzione e l’accumulazione capitalistica. Tale finanziarizzazione è frutto della separazione tra proprietà e impiego del capitale propria alla fase monopolistica del capitalismo, caratteristica dello stadio imperialista di sviluppo delle società più avanzate ove la vita economica, sociale e politica è sussunta sotto il predominio dell’istanza finanziaria-bellica diretta da grandi amministrazioni pubbliche o private centralizzate.

Questo processo si solda in un imperialismo collettivo della triade USA/UE/Giappone in cui l’intreccio societario e l’integrazione dei mercati afferenti è al massimo grado di sviluppo, lasciando alle periferie o un ruolo subordinato di territori dominati fornitori di materie prime o manodopera, o clienti compratori e commercializzatori finali, sui quali si fanno convergere investimenti e aiuti allo sviluppo che sono in realtà debito da ripagare agli istituti finanziari dominanti. Regioni sovrasfruttate il cui valore prodotto è estorto e riversato nei centri imperialistici, sotto forma di dividendi a Francoforte, Londra, Parigi, NYC. Le periferie ribelli invece, quelle che si sono sottratte dal controllo occidentale imperialista, che pretendono una divisione del lavoro internazionale più equa, sono confrontate all’embargo, alla guerra economica e spesso militare che preclude lo sviluppo del sistema economico o in qualche modo lo rallenta (pensiamo alla Cina che pur nel suo straordinario successo economico deve confrontarsi all’embargo sull’alta tecnologia imposto dalla triade imperialista che pretende averne il monopolio).

Al vertice di tale piramide vi sono le istituzioni preposte alla direzione programmatica di questo vasto intreccio di interessi. Lo Stato, o per usare le parole di Gramsci, la funzione di “regolamentazione di carattere statale” che agisce “per via legislativa e coercitiva” è esercitata in vari modi: l’FMI, la BCE e l’amministrazione USA nel suo insieme rappresentano l’avanguardia delle istanze gramsciane di carattere statale preposte al mantenimento di una regolamentazione per via legislativa e coercitiva su scala mondiale in funzione degli interessi del grande capitale finanziario; in UE esistono tutta una serie di istituzioni che si sovrappongono a quelle degli Stati membri, di cui ereditano su scala continentale ampie prerogative. 

Le istituzioni monetarie, in particolare, rivestono un ruolo centrale nel dispositivo di controllo e gestione dei mercati finanziari, emanazione dei centri economici controllati a loro volta dalle nazioni egemoni in quanto espressione della classe dominante e dirigente su scala planetaria – la borghesia imperialista. Di vitale importanza in questo assetto di potere la funzione svolta dal banchiere centrale: nel mondo dei capitali in libera circolazione, la regolazione del tasso d’interesse determina infatti la questione della solvibilità monetaria del sistema, della necessità della riproduzione dell’economia, e dunque dei rapporti sociali di produzione (E. Brancaccio). 

La regolazione politica svolta dalle banche centrali è quella che attiene al conflitto tra i capitali, accompagna la tendenze alle acquisizioni e alla centralizzazione capitalistica, accellera il processo di concentrazione, modernizzazione e riconversione dell’apparato produttivo. Lo strumento della politica monetaria, esoterico e ultratecnico per la maggior parte della popolazione, è lo strumento per eccellenza della politica economica borghese dello Stato (S. Amin), ossia, della politica economica del capitale finanziario. 

Tutte queste istanze hanno in comune una sostanziale compito: vagliare all’interesse collettivo della classe capitalistica, anche contro il volere o gli interessi dei capitalisti presi nella loro singolarità.

EGEMONIA LIBERISTA

Sulla base della ipertrofica preponderanza dei mercati, della finanza, del debito, viene elaborata e proposta alle masse l’essenziale della narrativa liberista di legittimazione della presunta sfera autonoma dell’economia sul resto della società, sulla politica e sullo Stato. Tuttavia, è nella politica liberista di adeguamento delle istituzioni alle necessità del grande capitale e alla costruzione di “armature giuridiche che guidino dall’esterno gli svolgimenti necessari dell’apparato produttivo” (Gramsci), di distruzione delle tutele sociali, di regolazione monetaria, di sovvenzioni statali per il capitale, che si esprime come abbiamo visto la forma più moderna e avanzata di interventismo statale e del ruolo politico delle altre istituzioni preposte alla salvaguardia del sistema. Affermare pertanto che attraverso la moneta e la finanza, l’imprenditorialità e la società civile, l’economia si sia innalzata a un livello di indipendenza dallo Stato e dal potere politico, è perlomeno avventuroso. Al contrario, essa ne dipende sempre strettamente.

Siamo ben lontani dal puro “economicismo”, questa illusione tecnocratica e deterministica che il liberismo promuove pronando la separazione concettuale arbitraria e pretestuosa tra Stato e attività economica. La falsa teoria liberista dell’antagonismo tra società civile economica e Stato coercitivo “parassitario”, tra Stato e mercato, su cui si basa l’intera ideologia liberista e per estensione regge l’antinomia tra Stato (società politica) e mercato (società civile) si infrange di fronte alla realtà materiale dello sviluppo delle relazioni complesse tra economia dei monopoli, lo Stato-nazione (o le associazioni regionali di Stati-nazione) e le sovrastrutture giuridico-amministrative su scala transnazionale, nella ricomposizione degli interessi del capitale al suo stadio finanziario.

Il ritmo dello sviluppo delle forze produttive è in definitiva il prodotto delle lotte di classe (tra i differenti settori delle classi dominanti e dirigenti, tra le borghesie nazionali concorrenti sul mercato mondiale, e tra le borghesie e le classi lavoratrici e gruppi subalterni) e dei conflitti internazionali sovradeterminati dalla dinamica di polarizzazione tra centri dominanti e periferie dominate. Vuota e mistificatoria, in queste condizioni complesse, è la parola d’ordine “lo Stato non deve interferire nell’economia” tanto cara ai liberisti. La questione è come sempre, quale Stato, e in che ambito e con quali limiti o prerogative esso agisce come strumento in mano a determinate alleanze di classe per quali fini.  

Per apprezzare in pieno questa realtà, che diverge in maniera così eclatante dalla rappresentazione ideologica che il liberismo propone del capitalismo, occorre saper intepretare lo Stato come categoria storica, espressione e prodotto dei rapporti di forza tra gruppi sociali e come consolidazione temporanea del potere politico e amministrativo del blocco sociale dominante in una data epoca storica. Di fronte alla storicità e provissorietà di ogni organizzazione socioeconomica, la pretesa neutralità e naturalità del capitalismo pronata in questa fase sotto forma di liberismo appare essere poco più di una credenza mitologica.

RESTAURAZIONE LIBERISTA E STATO PROLETARIO

Palese è dunque il ritorno in auge, vittorioso, del liberismo trionfante; il pensiero forte originario del capitalismo, nella sua versione non “contaminata” dagli apporti “socialisti” che la forza del movimento operaio organizzato ha saputo imporre a un sistema ostile nel corso del 20esimo secolo. Grazie alle lotte sociali, nazionali e internazionali (e al puntello insostituibile della rivoluzione e della vittoria dell’URSS sul fascismo) il compromesso socialdemocratico si era imposto come forma politica del consenso capitalista imperialista in Occidente. Parallelamente, grazie all’appoggio materiale dell’URSS e alla forza propulsiva che l’analisi leninista aveva saputo dare alle questioni nazionali dei popoli colonizzati, nel Sud del mondo e in Oriente le rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste, a carattere socialista e non, spezzavano l’ordine imperialista mondiale, e dunque si apprestavano a tentare di modificare la divisione internazionale del lavoro imposta per lungo tempo dalle potenze egemoni a guida USA.

In Europa tuttavia, in seguito alla disfatta del socialismo nella sua forma sovietica, il blocco sociale dominante al livello politico sul continente ha intrapreso un’offensiva a tutto campo finalizzata alla liquidazione di un ciclo storico lunghissimo (D. Losurdo), che si propone di andare ben al di là delle conquiste del 1917, poiché intende investire l’intero periodo di gestazione e sviluppo del movimento operaio fino a intaccare i traguardi progressivi delle rivoluzioni borghesi del 19esimo secolo: il fastidio dei mercati per le elezioni borghesi è una spia di questa involuzione reazionaria. L’enfasi e la propaganda mediatica ossessiva intorno ai tempi considerati “sacri e naturali” del liberismo, a cui finalmente una società liberata dagli “errori e orrori” del marxismo può ritornare, sono un riflesso di questo arretramento storico in Europa, della combinazione originale e inedita di un ritorno al liberismo innestato sulla base di un’economia compiutamente imperialista (e non sul “primitivo” capitalismo industriale e mercantile del 18esimo secolo, base materiale del liberismo classico). Questo assetto è oggi sempre più spesso definito come “ordoliberismo”.

Tuttavia tale operazione – per quanto furiosamente condotta con dedizione dagli intellettuali organici al Capitale – appare essere una forzatura ideologica. Per quanto le classi dominanti intendano educare tramite l’austerità e la predica morale le classi subalterne al peccato insito nel “privilegio” di aver goduto di determinate protezioni sociali non più tollerabili, e punire con le bombe e lo strumento terroristico i popoli colpevoli di essersi decolonizzati e ribellati (invece di essersi accontentati del ruolo di gestori locali dell’ordine imperialista nelle aree meno sviluppate del mondo), il processo di restaurazione liberista incontra già l’opposizione, per quanto disordinata e contradditoria, dell’ondata che i media descrivono come “populista”, la quale è una manifestazione del malcontento generalizzato, o delle importanti e inattese affermazioni di forze che si rifanno a temi esplicitamente socialisti (in Gran Bretagna, Francia, Belgio).

Di certo, i rapporti sociali incisivi lasciati in eredità da un secolo di pratica del movimento operaio sono ancora presenti nella coscienza collettiva dei lavoratori europei, anche quando contraddittoriamente gli individui sotto l’influenza dell’egemonia culturale liberale demonizzano acriticamente l’esperienza comunista europea passata. In quest’ottica, e nel contesto del processo di convergenza europea che sottrae potere agli Stati-nazione, nel sentimento di massa del popolo lavoratore lo Stato riveste per di più un ruolo ambivalente: benché spesso i proletari identifichino lo Stato col ceto politico borghese e con le ruberie delle classi dirigenti, ad esso si fa anche riferimento come Stato sociale, erogatore al livello nazionale di servizi universali – che è stata l’unica forma, seppur leggera, di “socialismo” conosciuta in Occidente – e di luogo della democrazia moderna nazionale. 

LIBERISMO COME LOTTA PER IL CONTROLLO DELLO STATO

Insomma, il ruolo dello Stato non è fisso e astorico, è anzi terreno di contesa tra due visioni differenti della società e della storia portate da classi o alleanze di gruppi sociali fondamentalmente antagonisti. Ogni classe cosciente lo interpreta secondo prospettive diverse: “Più Stato e meno mercato” è oggettivamente una parola d’ordine giusta in quanto disturba la borghesia se a pronarla sono le forze operaie, proprio in ragione della contraddizione esposta sopra.

L‘operazione ideologica del capitalismo attuata attraverso il liberismo è più raffinata, in quanto volta a rimuovere dalla coscienza del proletariato occidentale la prospettiva stessa di una possibile presa del potere che non sia l’opzione servile di delegare le classi superiori a vegliare sugli interessi “generali”, all’interno della forma politica statuale attuale, e al contempo affermando che non possa esistere altro Stato all’infuori di quello borghese. Al livello internazionale poi, l’esempio del ruolo pianificatore ed emancipatore che lo Stato e il potere pubblico assume in ambiti rivoluzionari (Cina, Cuba etc.), deve essere demonizzato a uso e consumo delle classi subalterne interne che devono “dimenticare” come il potere politico possa essere uno strumento utile alle rivendicazioni, fosse anche solo economiche, operaie e popolari.  

Per concludere: in Occidente lo Stato è denigrato dalla stessa classe che si sta riappropriando in maniera esclusiva del suo strumento di dominio dopo aver fatto larghe concessioni per decenni alle forze operaie. Dietro la demonizzazione si nasconde la restaurazione in corso. Essere coscienti di questa contraddizione permette di svelare le manovre delle classi dirigenti e non lasciarsi sviare dai falsi bersagli seminati dal nemico di classe. La questione del potere, sia essa per quanto attiene alla ricostituzione di una forza di pressione all’interno dell’assetto istituzionale dato al fine di affermare gli interessi delle classi lavoratrici, sia per quanto riguarda il suo aspetto rivoluzionario, cioè la distruzione dell’apparato statale attuale e la sua ricostruzione su basi nuove di democrazia socialista, resta all’ordine del giorno e più che mai attuale.

Sta alle forze di classe unirsi per trasformare un sentimento generale di malcontento e di sofferenza di massa in coscienza diffusa e consapevolezza organizzata, in opposizione strutturata, per rilanciare la prospettiva cosciente del socialismo/comunismo. Dosare le due linee, cercare di far avanzare la coscienza delle classi subalterne dalla prima alla seconda opzione – dal riformismo alla rivoluzione – è il compito pratico e teorico di primaria importanza per le forze comuniste in questa fase. 


Antonio Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Antologia degli scritti 1914-1935, A cura di Giuseppe Vacca, 2007, Einaudi

Brancaccio, Costantini, Lucarelli, Crisi e centralizzazione del capitale finanziario in Moneta e credito, vol. 68 n. 269 (2015), 53-79

Branciaccio, Cavallaro, Leggere il capitale finanziario, Introduzione a Hilferding, Il Capitale finanziario, 2011, Mimesis edizioni, Milano

Samir Amin, La loi de la valeur mondialisée (Le temps de cerise – édition Delga, Paris, 2013)

Domenico Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma–Bari 2013

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